la zona industriale di Anagni nel cuore della valle del Sacco

Dopo il ritiro dell’investimento da 100 milioni di Catalent per lo stabilimento di Anagni a causa delle lungaggini burocratiche dovute alla normativa SIN, a far sentire la propria voce è Davide Salvati, Presidente del Consiglio Comunale di Anagni, per chiedere a gran voce una riforma della normativa dei Siti d’Interesse Nazionale.

Davide Salvati

Salvati dichiara: «Il nostro territorio per essere competitivo ha bisogno di infrastrutture, formazione ed innovazione. Ma la battaglia per la sburocratizzazione, per la trasparenza e lo snellimento delle procedure per chi vuole investire nella Valle del Sacco è diventata ormai fondamentale non solo per la politica, ma anche per l’associazionismo di categoria.

La scelta di Catalent di dirottare i 100 milioni destinati al potenziamento ed ampliamento dello stabilimento di Anagni, che avrebbe avuto un ruolo centrale in termini di occupazione e centralità territoriale, all’acquisto e istituzione di una linea di produzione d’avanguardia ad Oxford è stata il frutto non tanto di una scelta aziendale quanto di una costrizione per la multinazionale farmaceutica, i cui permessi sono bloccati da due anni al Ministero della Transizione Ecologica senza che si trovi una soluzione. Questo perché una normativa ormai antiquata e non solo non più al passo con i tempi, ma anche lontana dalla realtà attuale della situazione ambientale del territorio, non permette a nessuno di investire nella Valle del Sacco.

Il Sindaco di Anagni Daniele Natalia aveva posto il problema SIN in tempi non sospetti, nessuno ha voluto ascoltarlo ed ecco le conseguenze nefaste per il territorio. Fa specie che oggi la politica, specie coloro che hanno avuto continuativamente in questi anni responsabilità di governo in Provincia, alla Regione e nel Governo centrale si siano “resi conto” solo adesso di quali problematiche il SIN, strutturato in maniera estremamente prudenziale e con criteri oggettivamente distanti dalla realtà dei territori sui quali è andato ad incidere, abbia portato con sé.

L’ampliamento dello stabilimento Catalent di Anagni avrebbe permesso a giovani del nostro territorio, professionisti o neolaureati, di trovare uno sbocco lavorativo importante, nell’ambito delle nuove professionalità che l’azienda stava cercando. A bloccare tutto sono state le logiche della “vecchia politica” che non ha saputo, sull’onda di una concezione di tutela ambientale oggi superata e non più efficace, garantire né il territorio né gli investitori.

Quella di Catalent, che è una tragedia – seppur annunciata – per il sistema produttivo ed economico del nostro territorio ma anche per il “sistema Italia” nel suo insieme, è stata solo l’ultima tra i casi rappresentativi dell’incapacità italiana di attrarre investimenti importanti. L’eccessiva burocrazia non è affatto sinonimo di maggior controllo sulle procedure; lo abbiamo imparato sulla nostra pelle. Soprattutto, sulla nostra pelle abbiamo imparato che il SIN, così perimetrato, non affiancato da un’opera capillare di bonifica delle porzioni di terreno realmente contaminate – che sono la netta minoranza rispetto all’area sottoposta ai vincoli – non protegge l’ambiente ma cristallizza una situazione irreale che impedisce alle imprese di investire ed al territorio di crescere.

Viene quasi da dire che l’attuale crisi del comparto industriale sia stata “indotta” da scelte miopi della politica anche sul fronte ambientale. Il SIN ne è la prova».