In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un dovere da compiere nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che, dopo la catastrofe, sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

L’atmosfera silenziosa e pacata, i ritmi di vita lenti e riflessivi della nuova nazione, le giornate scandite dal suono delle campane e dalle incombenze domestiche, le ancelle che camminano a due a due, rosse su questo sfondo anonimo e incolore, e le mogli che sferruzzano a maglia o curano i fiori del giardino… tutto questo scenario finto-pastorale diventa sempre più intollerabile, perché fa risaltare l’estrema crudeltà e la violenza del sistema: lo stupro razionalizzato come sistema di sopravvivenza, la prigionia elevata al rango di sacrificio per l’umanità, la maternità negata spacciata come dono. Il tutto presentato come una liberazione della donna dai pericoli che le imponeva la precedente società libera.

Le distopie affondano sempre le loro radici su una base di paure realmente percepite dalle società che le generano. Ciò che spaventa de “Il racconto dell’ancella” è l’impressione generale che il sovvertimento che porta al colpo di stato e al regime religioso di Galaad sia stato rapidissimo. Come se una società sonnolenta e stanca – che, attenzione!, è in pratica la nostra – da un giorno all’altro si fosse svegliata in un nuovo Medioevo, dove le donne devono esclusivamente assolvere al “loro destino biologico”, non possono leggere, lavorare o giocare. Tutto è gerarchizzato, controllato e rigorosamente diviso in caste

In questa versione di teatro danza Valentina Cavaniglia, Anna Maria Conti e Ettore Manicuti diventamo corpo della memoria presente, segno inciso nel suono della parola, negli occhi che ci guardano da un luogo indefinito. Tempo che travalica le ere. Il corpo di ballo ferma l’attenzione sulle scene salienti mantenendo alta la tensione derivante dai contenuti.

articolo a cura di Annarita Pontecorvo, sceneggiatrice e regista