Loreto Macciocca

Dalla passione di un bambino a quel sogno chiamato Milan

Classe 1984 e, come fosse il primo provino, ogni maledetta domenica il rito si ripete: borsa in spalla e di corsa in campo. Una lunga carriera segnata da vittorie ed esperienze, oggi, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo 38° compleanno, Loreto Macciocca si racconta.

Loreto, la tua passione per il pallone nasce in te già da piccolissimo a Piglio, tuo paese di origine, piccolo borgo medievale nel nord della provincia di Frosinone…

Sì, come tutti i bambini della mia età, con i miei amici a Piglio giocavamo in strada solo ed esclusivamente a calcio. Nelle immagini che ho di me piccolino c’è sempre il pallone. La mia carriera calcistica è partita proprio dalla scuola calcio del mio paese: iniziai a giocare nei “primi calci” e riuscii a realizzare 100 gol.

Nella stagione ’94-’95 con il passaggio nella categoria Esordienti venni selezionato dal settore giovanile della A.S. Roma. Un episodio che ricordo con piacere ed orgoglio fu che la stessa A.S. Roma con Bruno Conti, quando venne a prendermi, organizzò un’amichevole tra le due categorie proprio a Piglio dove io giocai il primo tempo con la squadra di casa, la mia squadra fino ad allora, ma nel secondo indossai per la prima volta la maglia giallorossa. Avevo circa dieci anni, un’emozione incredibile e lì, iniziai a correre verso il mio sogno”.

Soprannominato “bomber”, non a caso. Quanti gol hai realizzato?

Circa 200 e spero di aumentare ulteriormente il numero.

Erano gli anni 2000, erano gli anni del grande Milan di Maldini, Nesta, Ševčenko e tanti altri campioni. Cosa ha significato per un ragazzo della provincia trasferirsi in seguito a Milano e convivere con gli idoli che si guardavano in tv?

Dopo l’esperienza con la Roma, passai al Savio e nell’ultimo anno quello della Juniores, disputai un gran bel campionato e venni selezionato dal Milan Primavera. Anche lì mi accompagna un piacevole ricordo. Feci un provino, c’erano i dirigenti del Messina Calcio, mi dissero che andò bene, io credevo fossi stato preso dalla squadra siciliana ed invece no… (sorride, n.d.r.).

Dopo una settimana mi trasferii a Milano, avevo 17 anni. Era la stagione 2002/2003 anche qui un ricordo indelebile, perché fu la stagione della Champions del Milan nella finale di Manchester contro la Juventus, noi ragazzi della Primavera seguivano sempre i “grandi” nelle partite a San Siro. Era bello quando si stava tutti insieme a Milanello, quello era un Miilan stellare. L’unico neo di quel periodo fu che dopo pochissimo tempo, mi infortunai. La rottura del crociato mi fece saltare l’intera stagione. In me resterà per sempre quell’esperienza, quell’ambiente, quel modo di comportarsi, cose che mi hanno formato come calciatore ed ancor di più come uomo”.

Tu, da buon ciociaro, in campo hai un forte temperamento, fatto di enfasi e grinta; hai portato questa tua caratterista anche sul manto rossonero?

“Assolutamente sì. È una “deformazione caratteriale” che in campo, secondo me, è necessaria.

Dopo la maglia del Milan, tante altre si sono posate sulle sue spalle. La tua carriera prende una svolta. Club importanti ti vogliono anche in altre categorie…

“Dopo lo stop causato dall’infortunio, di comune accordo con il Milan passai al Chievo Verona. Forse la mia carriera, sul campo, iniziò proprio da quel trasferimento, era il 2004. Fu l’inizio del mio vero viaggio tra i professionisti. Arriverà poi il Gualdo Tadino in C, poi Tivoli, Lanciano, Morolo, Pomezia Ostiamare e tante altre società di Serie D, una categoria che assorbirà 15 anni della mia carriera”.

Ad un certo punto della tua vita la svolta arriva anche sotto il profilo privato. Come hai fatto a far coincidere la tua vita personale con quella calcistica?

Dopo aver tanto vissuto spostandomi da una città all’altra, ho sentito il richiamo delle origini. Non ero più un giovane ragazzo, gli anni scorrevano e con la mia allora compagna ora moglie, Chiara, abbiamo deciso di metter su famiglia e di stabilirci definitivamente. Sono tornato a Piglio e sono nati i nostri due figli. Ho sempre continuato a giocare, anche se la priorità ora era un’altra. Cercavo di viaggiare meno, sono sceso in categorie minori. Una nuova esperienza in Eccellenza, che mi ha dato tante soddisfazioni e dove ho vinto tanti campionati. Per me il concetto di calcio, anche se cambiarono tante dinamiche, restava sempre lo stesso. Giocare nella primavera del Milan o a Ciampino in Eccellenza era sinonimo di impegno e dedizione. Non potevo rinunciare alla mia passione più grande.

Nella stagione 2020/21, sempre nell’ambito dell’Eccellenza regionale, c’è stata la chiamata del Città di Paliano, di cui tuttora, sei il capitano e dove tuttora continui a realizzare gol su gol…

Paliano è una realtà importante una Società seria che lavora non soltanto per il bene della prima squadra ma per bene anche del settore giovanile e della scuola calcio. Sono nel club da due anni, ne sono il capitano e sono fiero di rappresentare questi colori. Abbiamo un obiettivo importante siamo quasi a metà del girone di ritorno, dobbiamo raggiungere la salvezza il prima possibile, il gruppo è valido e meraviglioso credo che porteremo a casa i risultati prefissati. Io sono a disposizione del mister, spero di trasmettere la mia esperienza ai ragazzi giovani, qualche anno in più per me c’è però i gol continuano ad arrivare e mi auguro di realizzare tutti quelli che necessitano per mantenere la categoria”.

Una vita spesa con devozione verso la tua più grande passione; cosa ti ha tolto e cosa ti ha dato il calcio?

Forse mi ha tolto un po’ di quel divertimento adolescenziale, ma senza particolari rimpianti. Forse la cosa più dura da superare è stato il primo distacco dalla famiglia. La mia famiglia d’origine mi ha sempre sostenuto ed è sempre stata fiera di me, io ero un ragazzino quando ho spiccato il volo e la tristezza data dalla distanza a volte era difficile da superare. In compenso il calcio mi ha dato tutto quello che un ragazzo di provincia potesse immaginare, esperienze indelebili e forti emozioni. Il calcio mi ha dato tanto, ha realizzato il sogno di un bambino”.

 Infite grazie a Loreto Macciocca per averci concesso questa intervista.

intervista a cura di Laura Fantini, foto