Il seguito programma di Rai1Linea Verdeha fatto tappa in Ciociaria per raccontare, come da sua linea editoriale, le eccellenze enogastronomiche del nostro territorio ma anche alcune bellezze storico-artistiche e naturalistiche. Una vera opera di buona pubblicità per la Ciociaria ma che, purtroppo e come è per certi aspetti anche naturale che sia, in gran parte costruita su un “racconto” del territorio più che sulla realtà che ogni giorno qui si vive.

La Ciociaria non è, infatti, solo la terra delle “eccellenze enogastronomiche” – per giunta mai messe realmente a sistema e con capacità di incidere su mercati che non siano esclusivamente quelli di nicchia – ma anche una delle peggio classificate nelle statistiche sulla qualità della vita, il che significa che le città ciociare, dal borgo più piccolo fino al capoluogo, non sono attrattive. 

Poiché i numeri non mentono, è bene dargli uno sguardo: secondo le statistiche di Lab24 (Il Sole 24 Ore) sulla qualità della vita delle province italiane, la Provincia di Frosinone si trova all’82° posto su 107 nella classifica generale, al 75° per ricchezza e consumi, al 73° per affari e lavoro, al 45° per giustizia e sicurezza, al 66° per demografia e società, al 77° per ambiente e servizi, al 104° per cultura e tempo libero, all’81° per tasso di occupazione, al 90° per la qualità della vita delle donne, all’89° per quella dei bambini ed al 92° per quella dei giovani, al 103° per la banda larga. Questo è il dato bruto.

Se invece si dovesse provare con le parole a sintetizzare cosa oggi è la Ciociaria allora resterebbe solo la categorizzazione di “area interna” a calzare a pennello. Dire dunque che in Ciociaria c’è una “buona qualità della vita”, per giunta in un programma televisivo, è una pura finzione narrativa, adatta a raccontare la quotidianità presunta d’un territorio ancora pre-moderno, adatto per le copertine patinate delle riviste turistiche ma che non corrisponde alla Ciociaria reale.  

La questione della Ciociaria intesa quale prodotto di consumo per la televisione è una di quelle sulle quali aprire una riflessione più approfondita. La società odierna, priva di radici identitarie profonde, è alla ricerca di legami attraverso la riproduzione in Tv e su altri media dell’immagine d’una terra ancora genuinamente “antica” e non asfissiata dalle problematiche della contemporaneità, nonostante le statistiche dicano l’esatto contrario. 

La costruzione di un prodotto di consumo come quello della Ciociaria come “contea isolata e felice” (prendendo in prestito una definizione del giornalista alatrese de “Il Giornale” Francesco Boezi), se è adatta ad un pubblico generalista non ciociaro o anche a chi davvero pensa in buonafede – ed anche in malafede viste le dichiarazioni di qualche politico locale – che la Ciociaria sia un “paradiso terrestre”, è una pura e semplice distorsione storica. 

Il patrimonio immateriale e le caratteristiche proprie del territorio ciociaro non generano profitto diffuso, sono elementi “culturali” magari belli da vedere e belli da mostrare ma improduttivi. E dunque si torna a quanto detto in precedenza poiché l’incapacità di fare sistema unita a doppio filo ad una rappresentazione distorta della realtà antropologico-geografica del territorio è una caratteristica propria delle aree interne e di come in Italia si affronta la questione. 

Posto che non è una trasmissione televisiva generalista a poter “dettare la linea” su come e cosa si deve raccontare di un territorio, questo è stato l’ennesimo episodio nel quale si è ripresentata la diatriba tra “racconto dell’ideale” (storytelling) e “racconto del reale”. Sì la Ciociaria è eccellenze enogastronomiche ma è anche disagio sociale, è storia e cultura ma è anche crisi economica e del settore industriale, è la terra dei borghi ma anche quella delle opportunità inesistenti. 

Senza consapevolezza di cosa sia diventato – o cosa è sempre stato al di là delle trasformazioni socio-economiche novecentesche – questo territorio non si troveranno mai le soluzioni.   

articolo a cura di Filippo Del Monte