Le recenti dichiarazioni del Presidente di Unindustria Cassino dott. Francesco Borgomeo a sostegno dei termovalorizzatori “per ridare competitività e contrastare il rischio delocalizzazioni” meritano una risposta puntuale da parte di chi, come Legambiente, è impegnato nella realizzazione di un piano nazionale per l’economia circolare moderno che preservi le risorse naturali, tuteli la salute delle persone e la salubrità dell’ambiente e crei nuova occupazione.

In realtà, la sua dichiarazione semplicistica e sensazionalistica suscita più di una perplessità: la semplificazione estrema di un argomento complesso può essere materia per il titolo di un articolo “acchiappa-like”, non la sostanza della valutazione di un imprenditore come lui, che peraltro ha assunto posizioni di vertice negli organismi di categoria. Sostenere, come fa Borgomeo, che l’incenerimento dei rifiuti, sia pure con recupero energetico, rientri nella logica dell’economia circolare è palesemente falso. La distruzione di materiali potenzialmente riciclabili con la produzione di emissioni nocive in atmosfera e nelle acque risponde al contrario ad un’idea superata, che vede i rifiuti come qualcosa di cui disfarsi piuttosto che come una risorsa da valorizzare. La strada da tracciare per far decollare davvero la rivoluzione circolare è ben diversa, deve tenere conto dell’imprescindibile legame tra ambiente, salute ed occupazione per non gravare ulteriormente su territori già compromessi ed è riassumibile in una serie di punti cardine che Legambiente ha proposto nelle diverse sedi: 1) politiche per favorire il riuso dei prodotti, l’allungamento della loro vita utile e per la riduzione del peso degli imballaggi 2) un ulteriore impulso alla raccolta differenziata che acceleri il raggiungimento degli obiettivi del Piano Regionale dei Rifiuti, approvato nel 2020, 3) l’adozione di misure di stimolo per la crescita del mercato delle materie seconde, 4) l’approvazione dei numerosi decreti End of Waste che disciplinano la cessazione della qualifica di rifiuto al termine di un processo di recupero (tuttora in fase istruttoria), 5) l’obbligatorietà del dibattito pubblico per coinvolgere democraticamente i territori nella realizzazione degli impianti necessari, 6) la realizzazione di nuovi impianti di riciclo, specialmente nel centro-sud, 7) le semplificazioni dei processi autorizzativi, e 8) il rafforzamento dei controlli ambientali.

Che la soluzione rappresentata dai termovalorizzatori sia sbagliata e antistorica lo dimostrano una serie di evidenze difficilmente contestabili: in primo luogo, questi impianti sono dei veri e propri “attrattori di rifiuti indifferenziati” da luoghi anche molto distanti (vedi qui “Cercasi rifiuti: termovalorizzatori danesi a secco perché manca la spazzatura da bruciare”). Essi, in sostanza, disincentivano la differenziazione a monte dello smaltimento perpetuando così una gestione lineare dei rifiuti dissipatrice di risorse naturali. Inoltre, si tratta di impianti costosi da costruire e da gestire, specialmente in relazione alla necessità di impiegare tutte le tecnologie atte a contenere al minimo le emissioni di inquinanti tossici quali diossine, furani, ossidi di zolfo, metalli pesanti e particolato. Per questo, è difficile pensare che l’energia elettrica ottenuta da termovalorizzatori gestiti in modo adeguato possa avere “costi irrisori” come sostiene Borgomeo. Se davvero il problema della competitività del settore automotive fosse il costo dell’energia (cosa di cui dubitiamo fortemente) sarebbe piuttosto il caso di promuovere il solare fotovoltaico, che è riconosciuto oggi come la forma di energia più a basso costo nelle regioni ad alta insolazione come il centro-sud dell’Italia.

Ma non è tutto: non dimentichiamo che i termovalorizzatori producono rifiuti: le ceneri pesanti e leggere residue sono materiali speciali che necessitano di un trattamento appropriato. In definitiva, gli impianti proposti da Borgomeo sono così poco green da essere stati recentemente esclusi dalla tipologia di impianti finanziabili dall’UE con i fondi del PNRR in quanto non rispondenti al principio “do not significant harm” (DNSH – letteralmente “non arrecare un danno significativo all’ambiente”): ciò perché pregiudicano la transizione verso l’economia circolare e conducono a inefficienze nell’uso dei materiali e delle risorse naturali.

Dobbiamo infine ricordare a Borgomeo che la Provincia di Frosinone, in quanto a inceneritori, “ha già dato”. L’impianto di San Vittore del Lazio, peraltro già esistente e funzionante con le sue tre linee di incenerimento proprio nello stesso ATO di Stellantis, con tutte le sue correlate criticità ambientali, è funzionante e risponde fin troppo alle esigenze del territorio, che certamente non sono destinate a crescere in un orizzonte futuro che auspichiamo sia caratterizzato da sistemi di raccolta differenziata sempre più efficienti e da innovazioni di processo che conducano a quell’obiettivo “rifiuti zero” che ci ostiniamo a voler perseguire.