mons. Lorenzo Loppa

Mons. Lorenzo Loppa, vescovo della Diocesi di Anagni/Alatri, ha presieduto, domenica scorsa 18 luglio nella Cattedrale di Anagni, ad una Eucarestia di ringraziamento per il 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale. Il vescovo Loppa ha concelebrato con il Card. Marcello Semeraro, Prefetto della congregazione per le Cause dei santi, e i confratelli vescovi Domenico Pompili, Lino Fumagalli e Gino Reali. Presente pressoché al completo il clero diocesano e religioso della diocesi di Anagni-Alatri, ad iniziare dal Vicario generale mons. Alberto Ponzi. Anche diverse autorità civili e militari (tra gli altri il Prefetto di Frosinone Ignazio Portelli e numerosi sindaci dei Comuni della diocesi) hanno voluto omaggiare il vescovo Loppa.

In occasione di questa importante ricorrenza, anagnia.com ha intervistato mons. Lorenzo Loppa. Riportiamo – di seguito – l’intervista:

Mons. Lorenzo, domenica scorsa Lei ha festeggiato i cinquanta anni dalla sua ordinazione sacerdotale. Quando ha ricevuto la chiamata al sacerdozio? E quali sono i ricordi più belli che serba nel suo cuore?

50 anni sono davvero tanti; per questo devo ringraziare prima di tutto Dio. Poi, le tante persone che in tutto questo tempo sono state al mio fianco. La mia chiamata dal Signore non è stata una chiamata puntuale, precisa e ben determinata; direi – piuttosto – che è stata una chiamata che si è distesa nel tempo, iniziata, forse, con mia nonna che mi parlava della Fede, con la mia mamma che mi accompagnava in chiesa, con la messa che servivo quando ero un ragazzo. Alla fine ho scelto questa strada non certo perché in altre strade avrei fallito – ci mancherebbe – ma perché a un certo punto della mia vita mi sono reso conto che era questa la strada mi avrebbe permesso di rendere di più nei riguardi degli altri. I ricordi più belli di tutti questi anni? Beh, i tanti volti che ho incontrato nel mio cammino. Il tesoro più grande, protagonista della mia Missione, è stato certamente Gesù Cristo. Subito dopo – però – c’è stata tanta gente: dalle persone che ho incontrato in parrocchia, miei collaboratori e mie collaboratrici, alle persone che ho accudito; dai tanti ragazzi che ho conosciuto durante i 31 anni che ho lavorato a scuola come insegnante di Religione, ai quelli delle persone che ho avuto vicino. Ecco: i ricordi più belli sono i volti di queste persone, il loro affetto e anche le cose che, insieme, siamo riusciti a “combinare” nel nome di Dio.

Quanto è importante il ministero sacerdotale e quali gioie e responsabilità comporta guidare una comunità di così lunga ed importante tradizione cattolica qual è quella della diocesi di Anagni/Altri?

Dunque, le responsabilità sono molte, e i pesi anche sono tanti; ma anche le gioie sono tantissime e per me è stato un onore guidare questa comunità per 19 anni. Una comunità di lunga tradizione, vero: una comunità in cui dove non c’è nulla basta annunciare il Vangelo e si crea qualcosa, ma dove è stato un po’ più difficile agire dove c’era una Fede che aveva bisogno di essere rinnovata, rivivificata, ripresentata, aggiornata secondo il cambiamento dei tempi. Come dice Papa Francesco, “noi non viviamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento di un’epoca” e quindi la responsabilità è ancora maggiore, soprattutto nei momenti difficili. Quest’ultimo anno e mezzo ha messo a dura prova tutto, però ha permesso anche alle persone e ai pastori di tirare fuori il meglio di se stessi. Ieri (ieri l’altro, per chi legge – n.d.r.) nella messa di ringraziamento che si è tenuta ad Anagni ho avuto un pensiero speciale per gli uomini delle Istituzioni – il Prefetto, i sindaci, le Forze dell’Ordine – perché il periodo del Coronavirus è stato particolarmente difficile anche per loro. Siamo tutti nella stessa barca, come ci ricorda Papa Francesco, e abbiamo bisogno gli uni degli altri.

Come sarà, secondo Lei, la Chiesa del futuro? La Pandemia ha aiutato il cambiamento?

Certamente: la pandemia ci ha portato tanti guai ma c’è da dire che nella nostra bilancia ha messo anche alcune cose positive; ad esempio, ci ha insegnato a fare i conti con il senso dei nostri limiti e ad apprezzare di più le cose di tutti i giorni, dandoci la possibilità di renderci conto che anche le cose più importanti e più semplici possono mancare e non devono mai essere date per scontate. Per quanto riguarda la Chiesa del futuro, sarà certamente la Chiesa di Gesù: io penso che dobbiamo tornare indietro non dal punto di vista sociale, economico, culturale, ma indietro dal punto di vista dello slancio del Vangelo: un po’ come i primi cristiani che non avevano le strutture dello Stato a favore, ma avevano due mezzi importantissimi perché il Vangelo si diffondesse: la conversione personale e la testimonianza. Io penso che la Chiesa del futuro sarà così: una Chiesa che si dedicherà all’educazione, perché c’è una povertà più grande di quella economica che è la povertà di senso e una Chiesa che si chinerà di più sulle fragilità dell’uomo e sulle persone a partire dalla Parola di Dio e dall’Eucarestia. Una Chiesa – dunque – più semplificata nei suoi canoni di vita ma più accostata all’essenziale.

Come si articola, in concreto, il lavoro del Suo dicastero?

Il Vescovo ha responsabilità non unica, ma ultima: quindi la responsabilità del coordinamento, dell’armonia. Ma non è il solo ad avere responsabilità nell’ambito della diocesi, ma quello che ha la responsabilità decisiva e più importante che è quella di cercare di rispettare tutte le responsabilità coordinandole insieme. Il vescovo anima le qualità personali e cerca di metterle insieme, ascoltando il consiglio pastorale diocesano, il consiglio presbiterale, il collegio dei consultori e poi con i suoi collaboratori fa un progetto pastorale di cui ho parlato nella domanda precedente e cerca di realizzarlo.

In che modo il recente motu proprio del Papa sull’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato può contribuire alla valorizzazione della dignità e della missione della donna nella Chiesa?

In un modo molto preciso e molto concreto: il Papa ha aperto l’accesso ai ministeri alle donne e questo favorirà sicuramente il contributo che la donna può dare alla causa del Vangelo. Non è solo un discorso di ministero ma di peso che la comunità cristiana deve dare alla presenza femminile ovunque nella Chiesa. Io vorrei che le donne fossero più presenti e soprattuto più ascoltate, a tutti i livelli. Gli uomini hanno caratteristiche precise per portare a termine questo tipo di compiti, ma le donne dispongono di caratteristiche diverse ma essenziali, come la cura dei particolari, la qualità di certi movimenti, la sottolineatura di cose che a noi uomini sfuggono.

“La Conferenza episcopale italiana ha fatto tutto il possibile per far presenti le obiezioni al disegno di legge”. Ne dà atto il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin a proposito della nota del Vaticano al Governo italiano sul DDL per arginare l’omotransfobia. Qual è la Sua opinione al riguardo?

La mia opinione, al riguardo, è precisa: imprescindibili sono il rispetto, la stima, l’onore e il servizio che si devono alla persona, indistintamente ed indipendentemente dalle scelte contrarie di ogni individuo. Dunque: sul rispetto e sull’evitare ogni forma di discriminazione siamo tutti d’accordo. Su due cose – però – non sono d’accordo: sull’indottrinamento e sull’educazione dei giovani che hanno bisogno di solidità e non di fluidità, soprattutto a scuola. E su questo: se da me viene una coppia formata da individui dello stesso sesso che mi dice “ci vogliamo sposare”, io rispondo “voi non potete accettare il progetto della Chiesa cattolica. Siete più degni degli altri di onore e di rispetto, però io non posso darvi quello che non potete accogliere”. Perché il matrimonio vero, per la Chiesa, è tra uomo e donna, nella complementarità, nell’uguaglianza, nella dignità ma anche nell’interazione.

ha collaborato alla realizzazione di questa intervista la dott.ssa Chiara Tarquini