Il convegno “Umanizzazione della cura: ridare senso alla relazione”, che si è tenuto il 7 luglio 2021 all’Abbazia di Casamari, moderato da Pierpaola D’Alessandro, Direttore Generale della ASL di Frosinone, ha avuto come fil rouge la certezza sulla fondamentale importanza delle connessioni umane – tra pazienti, famiglia ed operatori – e metterle in pratica.

Ѐ stato il secondo incontro organizzato dalla  ASL attorno al progetto biennale sulla gestione del rischio in sanità, in collaborazione con la Luiss Business School.

Dopo la presentazione del progetto sulla gestione del rischio in sanità organizzato alla’Abbazia di Montecassino, la ASL ha scelto Casamari per il secondo convegno: una riflessione sulla comunicazione e la mitigazione dei conflitti in sanità alla luce della relazione del paziente con la malattia e il rapporto tra l’operatore sanitario con il paziente. Recuperare la capacità di porre la questione medica al centro della riflessione pubblica, tenuto conto dei cambiamenti avvenuti, ma con l’impegno di rispettare il limite della dignità umana e della nostra stessa identità di genere.

La Lectio Magistralis è stata affidata a Mons. Ambrogio Spreafico che,  riprendendo la riflessione di papa Bergoglio sulla parabola del Buon Samaritano, ha introdotto il delicato tema della compassione, sottolineando l’importanza della partecipazione alla sofferenza dell’altro.    

Il Vescovo di Frosinone ha ricordato che non bisogna confondere la compassione con la pietà, bensì interpretarla nell’etimologia più pura del temine: comunione intima di un legame umano profondissimo come quello di una madre che porta in grembo il proprio figlio.

Il  Professor Paolo Pozzilli, direttore di Endocrinologia e Diabetologia, Università Campus Biomedico, ha mostrato il rapporto tra medicina e arte. Affrontando il delicato tema della malattia svelata, ha messo a nudo il peccato originale della società contemporanea che nasconde la malattia e la fragilità, considerate vergognose colpe personali. Se anche i santi, i signori e gli eroi soffrivano di ipertiroidismo ed erano degni di una raffigurazione che evidenziasse il loro gozzo, allora la malattia non è qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da nascondere, ma una semplice e normale manifestazione della varietà ed evoluzione del corpo umano.

“La solitudine” di Mario Sironi ha aperto la relazione del Prof. Fabio Cembrani, medico legale e responsabile dell’area etica, medicina legale, diritto della Associazione Italiana Psicogeriatria. La solitudine come condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, il senso cupo ed oppressivo, la peggior malattia.

Cembrani ha richiamato l’attenzione sulla necessità di «una vera e propria rivoluzione copernicana della sanità, che metta al centro non solo i pareggi di bilancio, da perseguire in maniera ragionieristica, ma gli obiettivi di salute, i professionisti e i cittadini. Che non consideri gli operatori come prestatori d’opera, cui chiedere prestazioni, ma come il cuore e il cervello del sistema di cure».

Il dottor Norberto Venturi, Presidente provinciale Lega Italiana Lotta contro  Tumori, ha ricordato l’insegnamento di Umberto Veronesi: «Non c’è paziente che non abbia qualcosa da raccontare. Quello che egli spesso vive nell’incontro con il medico è un dettagliato interrogatorio sui suoi sintomi, esordio, durata, percezione del dolore. Ma vuole raccontare di più: le sue paure, la nostalgia, la solitudine».

«Dobbiamo tornare all’interesse per la relazione, con il paziente, con il collega – ha concluso il Prof. Stefano Mezzopera, coordinatore de Il Modello Italiano per la Gestione del Rischio in Sanità MIGeRiS™ della Luiss Business School –  dobbiamo tornare a Diogene e la sua lanterna, a considerare l’uomo come fine e non come mezzo».