Il tribunale di Frosinone

Si è conclusa ieri, venerdì 26 marzo 2021, l’ultima udienza del processo che ha visto coinvolto un 63enne residente in un paese vicino a Fiuggi, ritenuto colpevole di aver abusato della figlia di sua nipote appena 14enne.

La requisitoria finale si è svolta presso il Tribunale di Frosinone. L’esito è stato il seguente: l’imputato, lo zio abusante, è stato condannato a sette anni di galera.

Spiega la madre della bambina: “era il 2017; ero a lavoro, e ho ricevuto una telefonata dalla mia migliore amica… mi è crollato il mondo addosso. Mia figlia aveva solo 13 anni, ma gli abusi erano già iniziati tre anni prima. E pensare che era proprio lui che mi aveva trovato lavoro. Si presentava come il benefattore, come lo zio buono. Spero che con questa divulgazione riusciamo a salvare altre bambine. Le persone hanno bisogno di sapere, per fare in modo che quello che è successo a mia figlia non si ripeta più in nessun’altra famiglia. Mia figlia ha perso un anno a scuola, tra tribunali, psicoterapia e perizie; sta facendo una lunga psicoterapia, da quattro anni ormai, per togliere questi traumi e i continui attacchi di panico, c’è stato un periodo dove addirittura praticava autolesionismo. Ha scritto tutto nei dettagli in una lettera, che io non ho la forza di leggere perché mi viene da vomitare, ma so tutto”.

E sono stati proprio questi dettagli la prova schiacciante del fatto. “Il processo – ha aggiunto – è durato quattro anni” e nel marzo di quest’anno si è conclusa. La donna ripete di non aver avuto l’appoggio da parte di nessun altro membro della famiglia, ma di averne avuto invece dalle istituzioni e dalle sue amiche.

In breve: lo zio della bambina andava spesso a trovarla, mostrandosi suo amico, una persona di cui potersi fidare, mentre la madre era a lavoro. Gli abusi di carattere sessuale si protraevano da tre anni, quando poi nel settembre del 2017 la figlia della giovane donna, allora tredicenne, ha avuto il coraggio di parlarne con l’amica della madre. La giovane madre è riuscita a denunciare i fatti, chiamando la polizia e i servizi sociali. Inoltre ha dovuto cambiare casa, si è dovuta licenziare per abitare altrove, dove avrebbe potuto proteggere se stessa e sua figlia.

“Le prove nel processo erano gravi, precise, concordanti, piene – spiega Lieta Merletti, avvocato difensore della famiglia della bambina – non potevano essere confutate in alcun modo… provenienti dalle dichiarazioni della vittima, dai servizi sociali, periti e consulenti, terapeuti…”.

Dati provenienti dal sito ufficiale Istat:

“I dati del Ministero dell’Interno, tratti dal Sistema di Indagine (SDI), la banca dati operativa alimentata dalle 5 forze di polizia, rileva 7 reati a sfondo sessuale contro i minorenni, tra cui la violenza sessuale in danno di minori di anni 14 (articolo 609ter del codice penale)…, i numeri in esame solo alla parte “emersa” del fenomeno e, per questo motivo, con l’analisi del trend non è possibile verificare un corrispettivo andamento del fenomeno stesso nel suo complesso… Nel 2018 tra i reati a sfondo sessuale contro i minorenni, il numero delle vittime che ha denunciato l’accaduto è pari a 1.418 individui; tra questi l’incidenza delle ragazze è tre volte superiore a quella dei ragazzi (319 maschi contro circa 1.099 ragazze). Guardando al quadriennio 2014-2018 il fenomeno non subisce flessioni o crescite significative facendo registrare sempre un numero di denunce totali che va da 1.440 nel 2014 a 1.418 nel 2018, con un lieve decremento nel 2015 (1.303) e nel 2016 (1.331) … I reati che registrano un maggior numero di denunce sono gli atti sessuali con minorenne (31,5%), la violenza sessuale in danno a minori di 14 anni (28,0%)…Le vittime di questi reati sono in prevalenza ragazze: nel 2018 sono circa l’83% contro il 17,3% dei ragazzi. Per quanto riguarda, invece, gli autori dei reati a sfondo sessuale contro i minori, questi sono prevalentemente maschi (93%, circa 2.291) contro il 7,1% (175) delle donne.”

Sembrano molti i ragazzi che subiscono questo tipo di violenze, ma in realtà sono solo una piccola parte, la “parte emersa”, bisogna considerare tutte quelle persone che non hanno avuto il coraggio o la possibilità di denunciare. Tutto questo per dire che è importante denunciare, “le autorità ci sono”, come confermato dalla giovane madre.

articolo a cura di Chiara Tarquini

La nota dell’avvocato difensore Fulvio Giorgilli

Da Fulvio Giorgilli, legale difensore dell’imputato, riceviamo la nota che segue pubblicandola integralmente e senza modifiche:

ai sensi dell’art.8, L 47/1948, e dell’art.17, Reg. UE 2016/679, Le chiedo di poter integrare l’articolo apparso venerdì scorso 27 marzo sulla Vs. testata giornalistica e relativo ad una condanna a 7 anni di reclusione pronunciata dal Tribunale di Frosinone nei confronti di un uomo che abusò della nipote minorenne. Scrivo, infatti, in nome e per conto dell’interessato, mio assistito e protagonista della notizia, la cui identità continua a rimanere anonima.
L’integrazione è giustificata e doverosa sulla base di quanto segue:
“Le motivazioni della sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Frosinone, di cui si parla nell’articolo, saranno pubblicate fra 90 giorni, come disposto dal Collegio nella udienza dello scorso 26 marzo. Al momento, pertanto, non è dato sapere con esattezza l’iter logico giuridico che i giudici hanno seguito per giungere alla decisione di condannare l’imputato dato che, nel processo, non è stata né acquisita né raggiunta alcuna prova piena relativa ai presunti abusi sessuali. L’unico elemento processuale è stato il racconto della vittima mentre, al contrario di quanto affermato dalla difesa della parte civile, le consulenze effettuate ante e post incidente probatorio hanno solo riguardato la capacità a testimoniare della minore e nulla più, non incidendo minimamente sul merito della questione penale al fine del raggiungimento della prova della colpevolezza dell’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio.Dal punto di vista strettamente giuridico e processuale, ritengo che la semplice delazione di un racconto di molestie sessuali sia assolutamente insufficiente ad essere considerata piena prova del fatto circa la responsabilità penale dell’imputato.Ovviamente, saranno i giudici di appello che al momento opportuno rivedranno la questione e si pronunceranno in merito.Nonostante la gogna mediatica che si sta scatenando contro il mio assistito sui social anche con messaggi a lui direttamente indirizzati, giova ricordare che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, ovvero della sentenza non più soggetta ad impugnazione, strada che, ovviamente, sarà seguita dal sottoscritto difensore a favore del proprio cliente, al fine dell’accertamento della verità per giungere al proscioglimento dell’imputato.Al momento non è opportuno esprimersi oltre”.