Al netto della crisi che stritola economie e società nel mondo, un dato che emerge è sicuramente quello di un modello d’impresa più attento alle esigenze del proprio territorio di riferimento. La gran parte degli studi sul tema conferma questo trend, con la conclusione secondo cui l’economia del futuro, della “nuova normalità” post-pandemica, poggerà – o dovrebbe farlo – su tre pilastri: digitalizzazione, sostenibilità ambientale ed inclusione sociale.

Il lockdown generale della scorsa primavera e quello strisciante di questi giorni hanno messo in luce alcuni fenomeni generali di trasformazione delle economie non solo nazionali ma anche locali – quelle cioè a più diretto contatto e che maggiormente influenzano la vita sociale dei territori – influenzati dal cambiamento di abitudini del “cittadino-consumatore”: la digitalizzazione forzata spinta dai timori sanitari e quindi dalla preferenza degli utenti per i servizi digitali anziché per quelli fisici; la riorganizzazione dei consumi legata alla minore volontà (e capacità) di spesa delle persone ma che, contemporaneamente, sono disposte a spendere molto di più di prima nei settori legati alla salute ed alla cura del corpo; una maggiore diffusione dei concetti “etici” d’impresa come una rinnovata centralità delle politiche di “corporate social responsibility” e dunque del contributo attivo dei privati alla ripresa della comunità socio-politica che li ospita.

In futuro nessuna impresa potrà ignorare il tessuto politico-sociale-geografico di riferimento e la crescita della sfiducia generale da parte dell’opinione pubblica nel libero mercato, costringerà gli investitori privati a concertare sempre più con le pubbliche amministrazioni i progetti già in fase preliminare. In parte questo processo di rafforzamento della collaborazione tra politica (e società) ed imprese è già in atto, basti pensare ad alcune iniziative specifiche anche nel nostro territorio; dove, a fronte della disponibilità dei vertici politico-istituzionali a “venire incontro” alle esigenze delle imprese, anche gli stakeholders privati hanno dato sostegno al territorio sia in fase di gestione dell’emergenza che in quella di ripartenza economica.

La risposta delle istituzioni e delle imprese all’emergenza (in questo caso l’aspetto squisitamente sanitario viene messo in secondo piano) sociale ed economica ha generato nuovi tipi di processi organizzativi che hanno aperto ai contributi orizzontali superando la precedente (e sotto certi aspetti deleteria) iperspecializzazione delle conoscenze; alla predominanza delle esperienze e della ponderazione delle ipotesi sul futuro piuttosto che del dato storico; la costruzione del consenso (anche politico) basata sulla qualità delle scelte fatte, anche unilateralmente, rispetto a quella ex ante legato alla “definizione” della decisione; alla necessità di uscire dalla crisi sperimentando in uno scenario volatile ed estremamente variabile.

Che nel processo decisionale sia impegnato un gruppo politico di amministratori o di dirigenti d’azienda con i rispettivi staff, il punto centrale è coniugare velocità e disciplina per realizzare politiche pubbliche di forte impatto sul territorio. Per una zona come quella di Anagni, favorire l’amalgama di sostenibilità ambientale e benessere economico – già teorizzata prima del coronavirus – è proprio una di quelle policies capaci di proteggere e migliorare il “capitale verde”, di accrescere la qualità della vita di tutti i cittadini e di generare importanti ricadute economiche.

L’Italia intera da questo punto di vista è in ritardo rispetto ad altri Paesi europei, Anagni – nel suo piccolo – da questo punto di vista può essere avanguardia.

articolo a cura di Filippo Del Monte