A nulla sono valsi i tentativi di mediare delle associazioni di categoria e i sit-in di protesta in piazza e davanti ai palazzi: bar e ristoranti, costretti a chiudere anticipatamente dalle disposizioni dell’ultimo DPCM firmato la scorsa domenica dal presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, sono tra le attività commerciali più duramente colpite dal provvedimento emanato dal Governo nonostante l’adeguamento dei mesi scorsi alle disposizioni anti-contagio.

Tra loro c’è chi ha gettato (per ora) la spugna preferendo restare “in sospeso” nell’attesa di tempi migliori ma anche chi, in pieno spirito pragmatico alla ciociara, si è organizzato con aperitivi anticipati all’ora della merenda, birra a colazione, cene fuori senza dover guardare l’orologio.

anagnia.com ha incontrato alcuni di loro; ecco cosa ci hanno raccontato.

Davide Gargaro, proprietario de “La locanda di Arturo” a Picinisco

Davide Gargaro

“Io ho un ristorante in un paesino di 150 abitanti, il centro più vicino sta a circa 20 minuti di macchina. Nel mio ristorante il menù è a base di primi e secondi di carne, quindi se si ordina da asporto non si riesce a mangiare quello che prepariamo. Mi è stato tolto il sabato sera, principalmente i miei clienti provenivano da paesi vicini per venire a cena qui. Però mi è stata data la possibilità di continuare a lavorare e ringrazio lo Stato per questo. Come aiuti ci hanno dato 600€ nel primo lockdown, e adesso non si sa. Il Coronavirus è capitato, è un problema per tutti, però almeno non ci facessero pagare le tasse, perché non ce le possiamo permettere. Avevo un altro locale a Colleferro, l’ho chiuso a marzo durante il lockdown per via dell’affitto troppo costoso. Inoltre con tutto questo timore e ansia diffusa chi verrebbe al ristorante?”

Simone Stazi, proprietario de “La taverna del sor Okillo”, ad Anagni

Simone Stazi

“Dopo esserci attrezzati per metterci a norma ci hanno dato un rimborso del 50% fino a qualche tempo fa. Adesso con la chiusura alle 18:00 è una tragedia, abbiamo la metà dei clienti. Cercheremo di reinventarci con l’asporto, ma è molto difficile, le famiglie sono spaventate e preferiscono spendere quei soldi nei supermercati piuttosto che nei ristoranti. I costi da sostenere restano sempre gli stessi, ad esempio, gettiamo metà degli scarti rispetto a prima ma le tasse sulla spazzatura sono sempre le stesse. Sono state avvantaggiate solo alcune categorie di lavoratori. Preferisco che mi vengano abbassati i costi, o comunque nei periodi di chiusura preferirei non dover pagare l’immondizia. Sono del parere che i 600€ di aiuti non siano in realtà un aiuto, considerando tutto quello che dobbiamo pagare. Ci dovrebbero venire incontro, dimezzando le tasse ed in alcuni casi toglierle. Io ad esempio è una settimana che sto fermo, la settimana scorsa 57 persone non si sono presentate in tre giorni: avevano prenotato e non sono venute a ritirare quanto richiesto, senza avvisare, pertanto abbiamo dovuto buttare tutto, per questo abbiamo deciso di chiudere, per limitare i danni. In questo modo ho abbattuto il costo della corrente, degli sprechi… preferisco stare chiuso che lavorare per rimetterci. Questa estate ho cercato di mettere i risparmi da parte, fortuna che abbiamo lavorato, mi aspettavo una cosa simile. Non sono un politico, però se avessero voluto aiutare veramente, avrebbero dovuto potenziare la sanità, riaprendo ospedali, assumere altro personale sanitario. Adesso ci troviamo con il bonus vacanze, la bicicletta elettrica e i banchi nuovi nelle scuole, che stanno chiudendo oltretutto. Mi dispiace per le rivolte che abbiamo visto questi giorni, la gente è spaventata del virus, ma anche di rimanere senza soldi. Per questo limitano le uscite e preferiscono i supermercati, anche se devo dire che vedo molto più sicuro il mio ristorante piuttosto che molti supermercati dove non c’è amuchina né distanziamento. Questa estate abbiamo collaborato: Ristorante del Gallo, Hostaria del Municipio e Taverna del Sor Okillo, facendo spettacoli, organizzando tutto insieme nel rispetto delle norme. Pensavamo inoltre di unire le nostre forze puntando sull’asporto. Bisogna reinventarsi, anche se la vedo difficile. Questo Covid ci ha uniti, abbiamo tolto caffè e amari per far lavorare il bar vicino. Siamo tutti nella stessa barca e abbiamo cercato di unire le forze e uscire fuori da questa situazione insieme. Facciamo la paella, piatto molto particolare, e lavoravamo soprattutto con clienti che vengono fuori da Anagni e che con le nuove restrizioni non possono venire da noi. Spero che si trovi un vaccino al più presto, e che nel frattempo non ci ammaliamo di altro visto che altre malattie al momento sono state messe da parte. Per non parlare delle incongruenze, come affittare gli alberghi non considerando che abbiamo l’ospedale di Anagni chiuso.”

Giorgio Ascenzi gestore del “Ristorante Umbro” a Piglio

Giorgio Ascenzi

“Mentre durante il lockdown ci davano un piccolo aiuto, come ad esempio non pagavamo i dipendenti perché erano in cassa integrazione, adesso ci sentiamo completamente abbandonati. Sembra che gli untori dell’Italia siamo noi, nonostante abbiamo speso molti soldi per tutti i protocolli, per mettere tutti in sicurezza. Ci siamo rimboccati le maniche, ma molti nostri colleghi hanno gettato la spugna, purtroppo stanno chiudendo. A maggio di quest’anno ci siamo uniti con Sor Okillo e il Gallo per far fronte a problemi comuni, quando non sapevamo come ripartire. Abbiamo organizzato eventi nel rispetto dei protocolli e ci siamo aiutati, siamo stati uno la forza dell’altro. Ad esempio se eravamo pieni nel locale, inviavamo clienti negli altri ristoranti. Per quanto riguarda la chiusura alle 18, solo con l’asporto non si va avanti, non è un sistema di guadagno proprio perché non abitiamo in una metropoli come Roma o come Milano. Inoltre l’inverno Anagni non è frequentatissima. Quindi, avendo le stesse spese di immondizia, di luce e di personale, per fare 20-30 pizze, non è conveniente per nessuno”.

Guido Tagliaboschi, Ristorante Lo Schiaffo, Anagni

Guido Tagliaboschi

“Ero il proprietario del ristorante Guido Lo Schiaffo, quest’anno ho chiuso. Capisco che è in corso l’emergenza sanitaria, però credo che i ristoranti si erano organizzati, stavano lavorando in sicurezza, hanno organizzato tutto: i tavoli distanziati, il gel, hccp, sicurezza alimentare che era già la base prima del covid, e che dopo è stata sottoposta ancora di più a controlli. Parlo della ristorazione al tavolo. Poi se parliamo di assembramenti davanti ai locali sono d’accordo che vada ridimensionata, ma credo che la ristorazione, come anche le palestre e i teatri non c’entrino proprio nulla con tutto ciò. I ristoranti hanno rinunciato anche ad un certo numero di coperti dati dalle cerimonie. Quindi più di questo cosa si può ottenere dalla ristorazione? Io ho chiuso il mio ristorante perché già venivo da una situazione un po’ difficile, il Covid non mi ha permesso di ripartire. La salute è alla base di tutto, ma nella ristorazione è garantita al massimo.”

Marco Graziosi, Ristorante “Panorama” di Segni

Marco Graziosi

“Sono chef e proprietario di questo ristorante. Il lavoro dalle nostre parti è prevalentemente serale. Il problema del virus c’è, però è da marzo che riceviamo direttive continue nel nostro settore, e pochi sussidi, 600€ non bastano. I clienti sono terrorizzati, le presenze nel ristorante sono scese del 60-70%. Non conviene più rimanere aperti, è come tenere una macchina accesa senza spostarsi/mettere benzina. Capisco che per lo Stato non sia facile fronteggiare una pandemia simile, il problema c’è, i morti sono stati tanti e ce ne sono ancora. Abbiamo speso soldi per la sanificazione, i contagi registrati nei ristoranti sono pochissimi, il vero problema sta sui mezzi pubblici a Roma. E’ chiaro che poi quando inizi a togliere il cibo alla gente poi iniziano le rivolte, la storia ce lo insegna. Mi dispiace quello che è successo a Napoli.”

Stefano Calenne, gestore dell’enoteca San Marco di Segni

Stefano Calenne

“ La nostra è un’enoteca, un winebar, lavoriamo durante la settimana dalle 18:30 fino a mezzanotte e poi il fine settimana fino alle 2:00-3:00. La nostra clientela va dal ragazzo all’adulto, l’80% del nostro guadagno proviene dal lavoro serale. Abbiamo restaurato il bar lo scorso anno, non siamo riusciti a coprire le spese per via del Covid, dopo il lockdown ci siamo ripresi un po’ ma adesso di nuovo tutto fermo, tranne che i costi di gestione che sono gli stessi di prima: l’acqua, la corrente, il gas, l’immondizia, l’abbonamento a Sky, l’affitto del bar, i mutui del restauro…”

Valter Mastrella, Ristorante Scroccarocco di Segni

Valter Mastrella

“Chiudere alle 18 significa per noi toglierci il lavoro, dato che è un’attività soprattutto serale. E’ stato tagliato l’80% del lavoro, nel mio caso anche il 90% dato che il mio locale è dislocato dal centro e la mattina non è frequentato. Anche i miei dipendenti subiranno le conseguenze, devo metterli in cassa integrazione. Poi con gli investimenti che ho fatto, l’affitto che devo pagare, l’inps, l’Inail, le rate della Tari. A pranzo non apro il ristorante dato che non è di passaggio e apro solo venerdì, sabato e domenica. Dopo 11 anni che sono qui so già come funziona. Non mi aspettavo un DPCM simile dato che ci hanno fatto preparare con i disinfettanti, le nuove misure di sicurezza, le nuove linee guida, io ho circa 180 posti e li ho ridotti a meno di 100. Il virus c’è, però noi abbiamo fatto tutto quello che ci hanno detto.”

Stefano Ambrosetti, albergo-ristorante “La Noce” di Segni

Stefano Ambrosetti

“Io ho un ristorante albergo fortunatamente, che permette alla mia impresa di rimanere in piedi, però ci sono delle perdite anche del 50% rispetto a prima, soprattutto togliendo il sabato e il venerdì sera. Purtroppo bisognerà fare dei tagli al personale, metterlo in cassa integrazione. Non siamo penalizzati come tanti altri che si occupano solo di ristorazione.”

Serena Tyak, titolare del Ristorante Vittorio Emanuele di Anagni

Serena e Abramo Tyak

“Come sto vivendo questo periodo della pandemia come ristoratrice? Oramai ci siamo quasi abituati a questo nuovo modo di vivere . Ovviamente un imprenditore deve prendere in considerazione “le risque de travail”, ovvero il rischio del lavoro. Prima del Covid c’è stata la crisi economica mondiale, la neve, il terremoto, incendi, infortuni ecc. Io personalmente sono molto contenta per il grande aiuto che ci ha dato lo Stato in tutta l’Italia per sospendere le rate: cassa integrazione, la garanzia per finanziamento..il comune di Anagni per lo spazio pubblico, il bonus, la disponibilità… So che il lettore è abituato alla critica: fa più notizia , oramai è diventato un modo di vivere il lamentarsi. Mi dispiace per le persone che hanno avuto il virus ma mi dispiace anche per chi soffre di altre malattie. La chiusura delle attività o la riduzione dell’orario di lavoro è una nostra responsabilità e la responsabilità della comunità: se sbaglia uno risponde l’altro. Lo so, non è giusto. (E’ come se fossimo tutti su una stessa barca, basta qualcuno distratto per affondare, e anche chi non ha fatto nulla affonda insieme agli altri). Adesso parlano i numeri dei contagi e mi sembra giusto che la salute venga prima del guadagno.”

Anna Bottini, titolare del Caffè del Corso di Anagni

Anna Bottini

“Stiamo avendo tantissime difficoltà, il pomeriggio non si vede anima viva, la Saletta è vuota. Si lavora giusto la mattina, il resto della giornata potremmo anche non aprire. E’ così per tutti. E’ stata una remissione di soldi e salute, un disastro per tutti.”

Sergio Del Monte, titolare dell’enoteca ristorante “La Piazzetta” di Anagni

Sergio e Chiara Del Monte

“Le difficoltà reali sono iniziate con l’aumento dei contagi. C’è timore tra la gente, si sono ridotti di molto gli spostamenti. Io ho deciso di aprire solamente su prenotazione e il sabato e la domenica a pranzo che sono gli unici giorni in cui si lavora un po’ di più. Non siamo in un luogo per cui come si lavora il lunedì si lavora anche il sabato. Il sabato sera era un giorno importante, quindi c’è stato un calo. La domenica a pranzo fortunatamente è come al solito, Anagni è una piccola città turistica, quindi una gita fuori porta della domenica ci sta sempre. Ora vediamo come andrà, il DPCM è da poco che c’è però già adesso si è potuto notare il calo di clienti. Sono state penalizzate alcune categorie che non meritavano di chiudere. Il DPCM inoltre è un decreto nazionale, secondo me sarebbe stata preferibile la gestione da parte dei sindaci, in modo da vedere più in piccolo caso per caso, i sindaci sono a conoscenza delle situazioni in una determinata città.”

Melissa Pagliaroli, co-titolare del ristorante Villa Floridiana, Anagni

Melissa Pagliaroli e i ragazzi dello staff di Villa Floridiana

“Penso di parlare a nome di tutte le attività, non solo di Anagni, ci colpisce relativamente questo problema dato che abbiamo la possibilità di rimanere aperti anche a pranzo. E’ logico che attività specifiche che invece lavorano solo la sera vanno a morire o comunque messe seriamente in crisi. Bisognerebbe trovare situazioni differenti per dare una mano alle attività. Non credo siano i locali a creare l’assembramento e i contagi piuttosto che i mezzi pubblici e le scuole. Ci hanno fatto spendere molto sulla sicurezza e ora spero che non ci sarà di nuovo una chiusura definitiva. La paura c’è ed è tanta per via del Covid, non c’è dubbio. Però un locale delle nostre zone che non sono molto trafficate va in crisi.”

Pino Violante titolare della pizzeria “Il Ranch” di Anagni

Pino Violante

“La nostra attività lavora di sera, quindi ci restano solo l’asporto e le consegne a domicilio. Per lavorare abbiamo ottemperato a tutte quelle che erano le disposizioni per il distanziamento, la pulizia delle mani, l’igienizzazione, creato gli accessi per l’entrata e l’uscita, ma è servito a poco o nulla. Di fatto non possiamo lavorare, il grosso era nel consumo all’interno della location. Quindi cercheremo di incrementare molto l’asporto e le consegne. Le persone sono spaventate, ma abbiamo fatto di tutto per garantire la sicurezza, non vedo ragione per cui dovrei essere chiuso in certi orari, anche perché di fatto è come chiudere: la spesa e l’impegno non sono proporzionati al guadagno.”

Mauna Alteri, titolare del Ristorante Malacucina di Anagni

Mauna Alteri

“Malacucina di sabato, domenica e festivi lavora anche a pranzo, per lo più lavora a cena, per noi queste disposizioni diventano piuttosto castranti. Mi auguro che tanto il turismo eno-gastronomico anagnino quanto quello artistico continuino e che crescano consentendo di barcamenarci. Noi abbiamo anticipato l’orario di inizio servizio dalle 12.30 alle 12.00 e posticipato la fine dalle 14.30 alle 15.30 per cercare di andare incontro il più possibile Alle richieste dei clienti, dilatando gli orari si potrebbe fare un doppio turno. L’architettura del nostro locale ci aiuta molto a rispettare il distanziamento, essendo una dimora storica abbiamo tre stanze una dentro l’altra. Siamo stati fino ad ora scrupolosi nell’applicazione delle regole e continueremo ancora di più a farlo. Certo è, che è stata demonizzata una intera categoria che ha un indotto molto grande e che offre molti posti di lavoro, pur non condividendo in pieno accettiamo le nuove regole e le rispetteremo come sempre. Al momento non ci sentiamo di dire altro dobbiamo aspettare per vedere risultati e andamenti. Noi ristoratori ce la stiamo mettendo tutta, al momento la vediamo nera, aspettiamo il 15 novembre data in cui dovrebbe arrivare questo famoso aiuto, il 16 si pagano i contributi e qualche giorno prima gli stipendi.”

Damiano Pugliese, titolare del bar Caffettiere 2.0 di Anagni

Damiano Pugliese

“Faccio questo lavoro da 19 anni, ho visto più i miei clienti che i miei familiari. Ho dei ritmi di vita che sono gli stessi da anni, adesso non so che fare in quegli orari. Poi abbiamo comprato tavoli, sedie colonnine, ionizzatori. A novembre ci sono le solite spese fisse e con gli incassi di adesso è molto difficile.”

Francesca Biasiotti e Riccardo Bracaglia, titolari de “Il Ristorante del Gallo” di Anagni

Riccardo Bracaglia e Francesca Biasiotti

“Io non credo nell’asporto, facciamo una cucina espressa, l’unica cosa che può essere inclusa nell’asporto è il timballo alla Bonifacio che va mangiato la domenica, non tutti i giorni della settimana. Durante lo scorso lockdown lo abbiamo fatto 5 volte. L’asporto non funziona, non stiamo in una grande città. Abbiamo provato ad unirci con altri due locali organizzando eventi nel rispetto delle norme, la pizza la prendevamo dal Municipio, mentre la paella da Okillo. Se eravamo pieni mandavamo i clienti negli altri ristoranti. Qualcuno ha detto che abbiamo fatto scuola, siamo stati da esempio, ci siamo trovati e siamo andati d’accordo. Io avrei chiuso direttamente, la gente è terrorizzata. Anche perché ci sono delle spese: corrente, luce, gas, dipendenti, qualità del cibo, per non parlare delle misure di sicurezza. Provo ad aprire due giorni durante questa settimana altrimenti chiudo. Se non riesco ad avere almeno 15 persone nel locale apro solo la domenica su prenotazione.”

Antonio Maggi, titolare de “Il Frantoio del Vicolo Divino” di Anagni

Antonio Maggi

“Non possiamo fare più sala, per cui si riduce di molto l’incasso. Devo mettere due persone in cassa integrazione. Siamo una pizzeria, per cui puntiamo sull’asporto, se apro a pranzo in questo periodo vado ad accumulare solo spese, se mi dice bene ci sono solo 10 persone. Il locale è di mia proprietà, quindi sono fortunato. Cerchiamo di essere solidali con qualcuno più sfortunato. Vado in giro e vedo persone indisciplinate, e lo stiamo pagando, le mascherine messe sotto il naso o al braccio. Però mi metto anche nei panni dello Stato, cosa può fare se le singole persone non collaborano?”

Conclusioni..

I disagi dipendono molto dalla zona di collocazione dell’attività, dal tipo di città, dai nuovi orari e restrizioni, dal tipo di attività, qualcuna di esse riesce a rimanere in piedi collaborando con altre persone, altre reinventadosi, puntando sull’asporto quando possibile, le prenotazioni, alcuni si sentono una categoria svantaggiata, altri pensano che è compito di ciascuna singola persona rispettare le regole per la sicurezza, pertanto se siamo in questa situazione è perché qualcuno non si è comportato responsabilmente e a pagarne le spese sono tutti.

articolo ed interviste a cura di Chiara Tarquini