Monica Vivona

La psicoterapia si presenta come un raggio di luce in un periodo buio: tutti ne hanno bisogno almeno una volta nella vita per ripristinare degli equilibri interni, la società contemporanea ci mette di fronte a dei ritmi che se vengono stravolti portano a smarrimento e confusione. In questo caso c’è di mezzo una pandemia.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Monica Vivona, psicologa e psicoterapeuta che svolge la propria professione a Roma, elaborando terapie personalizzate e applicando metodologie terapeutiche individuali o di gruppo.

Monica si è laureata in Psicologia nel 2001 con il massimo dei voti presso l‘Università degli Studi “La Sapienza” di Roma ed è specializzata in Psicoterapia della Gestalt.
Il suo curriculum comprende anche la formazione nell’intervento psicotraumatologico in fase acuta e post traumatica da stress e nell’approccio al paziente critico.

Collabora con diverse associazioni che lavorano nell’ambito di attività di informazione e assistenza per il disagio psichico e a favore dello sviluppo della cultura psicologica, ha il suo studio privato a Roma, dove svolge la sua attività con l’obiettivo di sostenere lo sviluppo e la crescita individuale e familiare, migliorare la qualità della vita e il benessere psicofisico delle persone.

Nello specifico si occupa di psicoterapia al singolo e alla coppia; consulenza e sostegno psicologici; trattamento di disturbi d’ansia; relazioni disfunzionali e di dipendenza.

anagnia.com l’ha incontrata e le ha posto alcune domande.

Qual è il profilo psicologico generale delle persone in questo periodo storico?

ll covid ha bruscamente interrotto la nostra routine quotidiana e le nostre modalità di vita in modi che normalmente non si verificherebbero. La ricerca negli ultimi decenni ci dice che, sebbene i tratti della personalità siano relativamente stabili, non sono completamente fissi, continuano invece ad evolversi nel corso della vita e in risposta ai principali eventi della vita.

È probabile che il periodo che stiamo vivendo possa portare dei cambiamenti nei tratti della personalità delle persone, poiché costrette a lasciare la loro zona di comfort e la loro routine quotidiana. Questo periodo potrebbe portare a cambiamenti nel nostro comportamento che rimarranno per molto tempo dopo la fine della pandemia.
L’impatto che un periodo così stressante può avere sulle persone, dipende da diversi fattori, come l’età, la capacità di adattamento, le condizioni di vita (mantenimento del lavoro e quindi sicurezza economica, relazioni stabili e soddisfacenti sono fattori protettivi), l’eventuale positività al virus e la sintomatologia, la perdita di persone care. Abbiamo dovuto, dobbiamo tuttora, e dovremo in futuro, fino ad una data non nota, essere responsabili, cauti e osservare il distanziamento fisico. Purtroppo spesso questo distanziamento fisico diventa anche un distanziamento emotivo e alcune persone sono diventate scettiche, guardinghe nei confronti del prossimo, spesso alla ricerca di un capro espiatorio su cui far ricadere delle colpe che non ci sono, ma che psicologicamente ci aiutano a sostenere la situazione. Questo è un periodo “buio”, di oscurità, nel senso che non vediamo una via di uscita alla situazione che stiamo vivendo, e per questo è un periodo che genera ansia, stress, angoscia, diffidenza, sfiducia. Quando tutto questo sarà un brutto ricordo, ci vorrà probabilmente molto tempo prima di tornare all’atteggiamento di prima verso gli altri, poiché la minaccia per la propria salute è fonte di grande paura e diffidenza.
Ricordiamoci che, ognuno di noi sta facendo del proprio meglio per affrontare e superare una situazione molto impegnativa, facendo i conti con quello che c’è, con le risorse e l’energia che abbiamo a disposizione, e che noi possiamo fare la nostra parte, responsabilmente, nei confronti di noi stessi e della nostra comunità.

Quali cambiamenti interni ha portato lo scorso lockdown?

Il lockdown è stato vissuto dalle persone in modo molto diverso. Alcuni lo hanno vissuto piacevolmente, in quello strano e rallentato periodo hanno ripreso attività, passioni, hobby che, magari, nella fretta quotidiana, avevano tralasciato da tanto tempo. Alcuni hanno scoperto o riscoperto relazioni di coppia o familiari piacevoli, senza la solita corsa e con il tempo di ritrovarsi. Insomma, alcuni hanno scoperto, anche inaspettatamente, che la vita in casa poteva essere piacevole. Ma non per tutti è stato così.

Durante il periodo di isolamento, abbiamo letto innumerevoli post, indicazioni, consigli di esperti e guru che ci spingevano a riprogettare il futuro, capire chi fossimo, cosa fare per diventare “la miglior versione di noi stessi” e sembrava che, se non avessimo utilizzato quello strano periodo per scrivere almeno un libro, una sceneggiatura, imparare un’altra lingua… avremmo sprecato un’occasione. Ma non tutti hanno vissuto questo periodo come un’occasione. Alcuni si sono sentiti tristi, depressi, preoccupati e la pigrizia ha preso il sopravvento. Non hanno avuto energie per pianificare, si sono sentiti sospesi, come galleggiare in un mare di pensieri e ansia.

Alcuni sono stati impegnati a “sopravvivere” in una relazione insoddisfacente o conflittuale, oppure, hanno dovuto affrontare una solitudine non voluta. Alcuni hanno vissuto con la tranquillità di un’entrata economica sicura, altri invece hanno dovuto affrontare l’incertezza economica e lavorativa che, purtroppo, per molti permane
ancora e che mette a dura prova l’equilibrio emotivo. Poi, finito il lockdown, nella fase 2, dopo aver atteso con impazienza la possibilità di tornare ad una normalità. Alcuni hanno avvertito l’ansia di riprendere i ritmi precedenti e la paura di uscire. Il ritorno alla normalità non è stato gradito da tutti, in particolare per la pressione di dover nuovamente lanciarsi nel mondo e riprendere le solite abitudini
stressanti. Per alcuni la casa era diventata un rifugio sicuro: sia dal Covid, sia dalla routine del mondo “fuori”, che spesso era stressante.

Quali sarebbero le conseguenze di un secondo lockdown?

Dal punto di vista emotivo, ci sarebbe una grande differenza tra il primo ed il secondo lockdown. Nel primo siamo stati, consapevolmente o inconsapevolmente, accompagnati dalla speranza che con l’estate l’emergenza sarebbe rientrata, il virus sarebbe, in un modo o nell’altro, “scomparso”; vedevamo, insomma, la cosidetta “luce in fondo al tunnel”. C’era, in alcuni, la preoccupazione che le cose sarebbero potute andare diversamente, ma abbiamo “scelto” la speranza: la volevamo, ce la meritavamo. In un eventuale secondo lockdown, questa speranza potrebbe non accompagnarci, non abbiamo una prospettiva futura a breve/medio termine sulla sconfitta del virus.
Inoltre, dal punto di vista sociale, mentre nel primo lockdown abbiamo vissuto una certa fiducia nelle istituzioni, nel fatto che stessero affrontando l’emergenza adeguatamente, pur con provvedimenti incisivi e impopolari; ora, purtroppo, questa fiducia si è in parte persa, e questo potrebbe avere una ricaduta sia dal punto di vista emotivo (maggior stress e ansia), sia sociale (minor collaborazione).

Giovani, anziani, adulti: cosa si percepisce, quali sono i sintomi generali della popolazione, le sensazioni di smarrimento, di tensione, lo stress accumulato nella seconda pandemia?

Le emozioni che accompagnano le persone in questo periodo sono di una diffusa ansia, umore basso, preoccupazione, diffidenza.
Ci sono dei fattori “protettivi” che ci permettono di affrontare questo periodo attivando le nostre risorse personali, quali una sicurezza lavorativa ed economica, buone relazioni affettive, buono stato di salute. Invece ci sono diversi fattori di rischio, che contribuiscono all’aumento di ansia e disagio emotivo: disoccupazione o difficoltà economiche, relazioni familiari o lavorative conflittuali, cattivo stato di salute, disagio psicologico preesistente, perdita o malattia recente di
familiari o amici, preesistente ansia per la salute.

Un discorso diverso va fatto per le persone meno a rischio (adolescenti e giovani, in forma, in buona salute), che possono avere un atteggiamento poco cauto, perchè sentono che non sia necessario per loro apportare i cambiamenti necessari alla loro vita e quindi potrebbero continuare ad agire in modi che mettono a rischio di infezione i più vulnerabili (anziani e malati).

Cosa può fare ciascuno per i propri cari che hanno una fragilità dovuta alla pandemia?

Nelle persone positive sintomatiche al Covid, durante la fase di malattia attiva e durante il successivo recupero, ci sono aspetti psicologici comuni che includono: paura, ansia, umore basso, paura di ulteriori malattie, iper-vigilanza ai sintomi corporei, disturbi del sonno, paura dello stigma o di contaminare gli altri. Naturalmente è consigliabile indirizzarli verso un sostegno psicologico online, che possa dar loro supporto emotivo e dar voce a tutte le ansie e preoccupazioni.

Sappiamo che anche i parenti (partner e congiunti) di coloro che stanno affrontando la malattia possono incontrare difficoltà psicologiche e disagi emotivi, e quindi sarebbe consigliabile per loro un supporto psicologico.

Cosa stanno facendo gli psicologi per fronteggiare questo problema?

In tutto il mondo le associazioni di psicologi hanno organizzato forme di sostegno alla popolazione: linee telefoniche dedicate, risorse online (video, articoli, link, approfondimenti) per promuovere la salute mentale, gestire lo stress, le relazioni ed il dolore, consigli per gli studenti, risorse per aiutare i genitori ad informare e affrontare la
tematica Covid con i figli. Con il lockdown si è assistito, inoltre, in tutto il mondo ad un’impennata di violenza domestica, per cui è stata fatta informazione e sostegno con particolare attenzione in questo ambito (supporto e risorse per coloro che sono a rischio, educare la comunità sul problema, sostenere servizi accessibili). Inoltre in molti paesi, le associazioni di psicologi hanno fornito supporto e consulenza gratuita online agli operatori sanitari in prima linea nell’affrontare la pandemia. I sanitari, professionisti abituati a confrontarsi con la malattia e la morte, in fase pandemica devono affrontare fattori di stress ancor più intensi e impegnativi dal punto di vista emotivo (oltre che i lunghi turni, la paura di infezione e la preoccupazione di poter fare la differenza): il numero di pazienti gravi che devono gestire, la necessità di tutelare loro stessi e i propri cari, il numero di deceduti che vedono versare in uno stato di solitudine, lontani dai loro affetti.

State facendo terapia online con i clienti e sono diminuiti rispetto a prima?

Quando la pandemia ha colpito a marzo, in generale gli psicologi italiani avevano poca esperienza con la psicoterapia online. Ci si è dunque prontamente attivati per far fronte alle necessità della popolazione e per essere presenti in sicurezza. Dalla fine del primo lockdown, si è tornati in presenza in studio, naturalmente con tutte le precauzioni e cautele: distanziamento, sanificazione, mascherine, igienizzazione ed areazione. La consulenza online rimane una risorsa fondamentale in tutti i casi in cui non sia possibile o sicuro vedersi in presenza.
In generale i colleghi presentano una certa flessione nel numero dei pazienti, non per mancata necessità da parte delle persone, che vivono spesso disagi emotivi legati alla pandemia ma, probabilmente, per poca disponibilità economica dettata dalla perdita/diminuizione del lavoro e mancanza di aiuti economici. Parlando a titolo personale, ho riscontrato, al contrario, un aumento dei pazienti, forse aiutati dal fatto che applico un tariffario calmierato in questo periodo per le persone che hanno avuto un contraccolpo economico dovuto alla pandemia, proprio per venire incontro ai bisogni della popolazione.

articolo a cura di Chiara Tarquini