Rosa Lamberti (a destra) assieme ad un'amica

Ognuno di noi porta con sé una storia. E questa è la storia di Rosa Lamberti, una donna nata nel 1936 in un paesino nella periferia di Pompei, noto come Flocco di Poggiomarino, testimone di un pezzo di storia spesso dimenticato, e che, forse, poche persone conoscono.

I ricordi sono vividi e ricorrenti, i traumi della guerra non lasciano scampo a nessuno, né tanto meno a lei, che perse suo padre all’età di 6 anni. Lui, Antonio, militare in Marina, affabile con tutti, fu dichiarato disperso, dopo che la nave dove lavorava, fu bombardata. Di una flotta, composta da circa 300 persone, si salvarono solo 13 marinai. Il paesino contava 4000 persone circa, e suo padre era l’unico ad avere la radio, per tale motivo casa sua era spesso molto affollata. Erano ancora giorni lieti. Poi il triste annuncio fu dato alla famiglia di Rosa da uno dei militari superstiti.

Sua Madre, Filomena era molto affezionata a suo marito Antonio, tanto è vero che, come riportato da Rosa, le impose di vestirsi di nero per 5 anni consecutivi, mentre Filomena stessa non utilizzò altri colori fin quando non morì.

“Durante la guerra – racconta Rosa – ci nascondevamo sotto un capanno, così se proprio dovevano colpirci le bombe non avremmo sofferto troppo, sarebbe stato rapido e indolore, e non ci sarebbero caduti troppi massi addosso. I maschi alla nascita non venivano registrati subito, si aspettava anche un anno, per esempio i nati a dicembre venivano registrati a gennaio, in modo tale che si arruolassero più tardivamente possibile. Spesso giocavamo vicino alla chiesa, ai giochi classici: campana, a monte alla luna, cerchietto, biglie… e spesso andavamo anche al mare. E in giro vedevamo sempre sia i soldati tedeschi che gli americani. Gli americani li riconoscevamo perché erano più gentili, ci davano sempre le caramelle”.

Nessuno parlava la lingua dell’altro ma i gesti dicevano tutto. Era il 18 marzo 1944, Rosa era in casa sua con sua madre, suo fratello, sua zia e i cugini (che vivevano nella casa accanto) quando sentì un boato e delle scosse di terremoto. “Non è bastata la guerra… anche il Vesuvio!”, rammenta con dolore Rosa.

l’eruzione del Vesuvio del 1944, in un video storico dell’Istituto Luce

L’eruzione vulcanica del Vesuvio, che ricordiamo fu di tipo sia esplosivo che effusivo, distrusse tutto, o quasi. “Per terra era tutto nero, pieno di polvere e sassi infuocati, gli alberi cadevano, gli animali morivano, i tedeschi e gli americani scappavano con tavoli e sedie in testa, mentre molti napoletani venivano a Flocco”. A testimonianza di questo racconto troviamo dei video, di archivi storici, in bianco e nero, girati da operatori americani che erano stati inviati per filmare la guerra. “La prima cosa che arriva – dice Rosa – sono i lapilli, dei grossi sassi di fuoco che radono al suolo tutto quello che incontrano, il fumo arriva dopo… io avevo 9 anni e i lapilli, che poi vennero raccolti, formavano una montagna su cui poi si giocava al tiro a martello. Anche le ferrovie erano state interrotte”.

Sua madre, Filomena, rimasta vedova all’età di 26 anni, era molto precisa e severa. Suo fratello, Enzo, lavorava in Marina ed è l’unico parente che le è rimasto di quel periodo, insieme a qualche suo cugino. Suo marito, Luigi, carabiniere, la conobbe a Flocco: la zia di Rosa voleva darlo in sposa a sua figlia, la cugina di Rosa, ma Luigi non aveva occhi che per lei. “Ho fatto un sogno dove un militare mi dava una lettera con una foto. La mattina mi sono svegliata e è andata veramente così”.

Si sposarono a Flocco, nella chiesetta vicino casa, presenti solo gli sposi, il sacerdote, la mamma di Rosa e suo fratello. Poi lei e il marito partirono dal loro amato paesino, ormai divenuto luogo di tristi memorie, era il 1958 e Luigi era stato appena chiamato a lavorare ad Anagni, dove si trasferirono.

Al suo arrivo, Anagni non era come la vediamo ora: c’era il Corso, i vicoletti, la Ceat stava poggiando le prime basi ai suoi edifici, San Giorgetto non esisteva, c’era solo il palazzo del Bar Rossi. Tutto doveva ancora essere costruito: “era tutta campagna”. Rosa, una donna che ha vissuto momenti drammatici, e testimone della storia del nostro Paese, una storia non molto lontana e che fa ancora rabbrividire.

La guerra le ha portato via tutto, tranne sua madre, suo fratello e qualche congiunto. Visitare Roma, il teatro, il cinema, le partite a carte con suo marito, sono momenti semplici di gioia che porterà sempre con sé. Non ci rendiamo mai conto di essere fortunati, fino a quando quei momenti di gioia ci vengono portati via. Ascoltare storie di questo tipo, sensibilizzare le nuove generazioni agli orrori della guerra, serve a non dimenticare per fare in modo che non si ripetano mai più situazioni in cui tutti soffrono, nessuno escluso.

articolo a cura di Chiara Tarquini