una passata edizione della processione di San Magno (foto di Daniela Pesoli)

La processione di San Magno, il santo protettore della città di Anagni, che si festeggia ogni anno il 19 agosto, è il momento clou del non facile rapporto che lega gli anagnini al loro santo patrono; rapporto che, come tutti i matrimoni che si rispettino, è intessuto di gioie e di dolori, di tenera devozione e di nascosti rancori.

Intanto è da notare che, nel loro virile amore per il loro protettore, gli anagnini non disdegnano di usare parole grosse, pesanti, corpose; è un amore che non ha l’aerea levità dello stil novo, non è fatto di angioletti, nuvolette, sorrisi e sospiri; si esprime di preferenza con rudi espressioni che, da chi non conoscesse la loro rustica schiettezza, potrebbero anche essere prese per bestemmie.

Fino agli anni Sessanta (prima che il generale incivilimento attenuasse negli anagnini questi avanzi di modi poco urbani) chi giungeva per la prima volta ad Anagni restava meravigliato di questa fede un po’ selvatica, magari comparandola a quel che succedeva in altre, arcadiche località ove il santo protettore è tenuto come una madonna, vezzeggiato, coccolato.

C’è anche da dire che s. Magno, certamente a causa di tali reiterate incomprensioni e difficoltà di convivenza, è un santo ormai da tempo restio a operare miracoli: gli ultimi risalgono a circa mille anni or sono. Per questo motivo, a differenza di altri santi patroni, s. Magno non riceve ex voto, doni in oro, fotografie, dai suoi protetti; i quali da parte loro hanno le loro ragioni nell’obiettare che di tali doni non si è presentata mai finora l’occasione per farli.

Persino lo sfrenato campanilismo che di norma contrassegna i rapporti con le cittadine e i paesi contermini perde vigore nel caso di S.Magno: nessun anagnino usa spendere il suo tempo nel magnificare il suo patrono sopra i patroni degli altri paesi. Eppure l’inizio era stato promettente, ricco di tutte le premesse necessarie a un rapporto basato sull’amore e sulla confidenza reciproci.

La prima processione di S. Magno avvenne, secondo la tradizione, l’anno 877 dell’era cristiana, quando il corpo del martire tranense fu riscattato, pagandolo a caro prezzo, dalle mani dei saraceni comandati da Muca, che lo aveva trafugato da una chiesa di Veroli. In questa circostanza, raccontano le istorie, i cavalli che portavano il corpo del Santo, una volta usciti da Veroli, si fermarono all’improvviso e non vollero più andare avanti.

Gli anagnini, preoccupati per la novità (e, perché no, anche per il destino dei denari ormai versati) interpretarono alla fine il fatto in senso positivo, e decretarono che il miracolo aveva il fine evidente di manifestare coram populo la volontà del santo di prendere la strada di Anagni. Promisero allora solennemente al santo di tenerlo come protettore maggiore della città, di collocarlo all’interno della chiesa cattedrale e di festeggiare ogni anno la sua ricorrenza con feste degne di lui il 19 agosto.

Dopo la promessa i cavalli partirono e i cittadini festanti accompagnarono alla sua nuova dimora il corpo del martire. Tutta la documentazione anagnina relativa al santo patrono riporta sempre questo preambolo, e nello stesso statuto comunale viene ricordata solennemente la promessa:” …ludus Beati Magni praedicti nostri protectoris …et sic eius observantia illibata nostris civibus sit in perpetuo duratura…”.

Ciò parla a riprova di una reciproca simpatia, di un feeling che sin dall’inizio si è instaurato tra il santo e i cittadini di Anagni, che da questo momento hanno acquisito il loro amico nel cielo e gli testimoniano il loro affetto in special modo con i festeggiamenti del mese di agosto. Certo, non è tutto oro quello che riluce. A distanza di molti secoli, qualcosa non andava per il verso giusto, se nel Cinquecento si avvertì il bisogno di intervenire autoritativamente per rinforzare i vincoli tra i cittadini e il loro patrono.

E’ da questo momento che la processione del 18 agosto sembra prendere forma definitiva. Il 29 maggio 1571 il visitatore apostolico mons. Vincenzo Ercolani, al fine di eliminare profanas consuetudines consistenti in vane saltationes choree, in gozzoviglie e allegre processioni mascherate, proibisce tassativamente queste ultime sub poena di 200 scudi aurei, e ordina che, nella vigilia della festa, quindi il 18 agosto, si tenga post vespera una pubblica processione cui partecipino devote il clero e il popolo, iuxta morem aliarum civitatum.

Per molti anni ancora la consuetudine delle maschere, residuo di antiche se non venerande tradizioni, restò viva a dispetto delle disposizioni tanto spesso reiterate e tanto spesso disattese; ma la processione introdotta manu militari dal rigoroso visitatore divenne ben presto usanza stabile, come ci testimonia d’ora innanzi la documentazione in nostro possesso.

La processione divenne così il momento culminante di una serie di manifestazioni religiose e popolari, dirette da quattro “signori della festa” che organizzavano tutti i festeggiamenti, nominati dall’amministrazione comunale in base al loro interessamento e soprattutto alla disponibilità a spendere qualche parte del loro patrimonio in cambio della popolarità che certamente ne ritraevano. Il comune provvedeva prima della processione ad offrire alla cattedrale la cera ed altri donativi.

L’inizio dei festeggiamenti era fissato al 21 luglio, ed essi si protraevano fino al 21-23 agosto, cioè la domenica successiva al giorno della festa. Il giorno 18, verso il crepuscolo, iniziava la processione che partiva dalla cattedrale, attraversava la via Maggiore in discesa verso porta Cerere, e poi tornava indietro sullo stesso percorso rientrando in cattedrale.

Ad essa partecipava tutto il clero cittadino: il vescovo con i canonici, i beneficiati cantori, i canonici della collegiata, i beneficiati semplici, i chierici coniugati. Erano presenti anche le confraternite al gran completo, e la folta rappresentanza della magistratura, dell’Amministrazione comunale. Era tanto il fervore verso il santo che i portatori, per avere l’onore di trasportarlo (e magari anche il piacere tutto particolare di bestemmiarlo mentre lo trasportavano), se lo contendevano anche aspramente e pagavano persino mezza coppa di grano a testa ai camerlenghi per essere prescelti.

Il culto di S. Magno rappresenta un po’, nella storia psicologica del populus anagninus, l’istanza trasgressiva che sempre si accompagna a ogni atto di devozione, come il punto di scarico di tutte le pulsioni ostili al mondo della divinità e a ciò che esso rappresenta. Non a caso a fianco alle celebrazioni troviamo sempre un forte senso di colpa che per risvegliarsi coglie occasione da tutti gli eventi temibili: terremoti, carestie, passaggio di truppe.

Ognuno di tali eventi viene subito collegato alla collera del patrono, collera che, si dava per scontato, esiste ed ha buoni motivi per esistere. Inizia allora l’operazione di recupero della fiducia del santo, con tridui, preghiere, penitenze, processioni, il cui effetto è quello di placare la sua collera, di allontanare la punizione temuta, e quindi di permettere di nuovo il ritorno al solito stile di vita. Una pagina delle “Riformanze” del 25 luglio 1765 ci fu una viva pittura di tali contrastanti e complementari elementi, di questa mistura profano-spirituale:

“Essendo noto ad ogn’uno di lor signori il voto, ch’ha questa nostra Comunità di solennizzare ogn’anno il dì festivo del glorioso arcivescovo e martire S.Magno nostro Principe protettore.

Esso è antichissimo, e fu fatto fin dall’anno 877, quando il suo Sagro Corpo fu da Veroli traslato in Anagni, e fu prescielto per lo principal Protettore della Città. La pompa, e Magnificenza usata da nostri Maggiori, c’ammonisce, ch’ancor Noi, siccome Loro fecero di sodisfare a questo voto con ogni solennità, tanto più che dalla celebrazione di detta Festa riconosce la nostra Città molte grazie celesti, e si è più volte osservato ne tempi andati, che essendosi per qualche caso transandata detta Festa, ha la Città sofferte non piccole disgrazie.

Nelli prossimi passati dieci anni la sudetta Festa è stata solennizata dalli Signori del numero duodenario con quella proprietà maggiore che si è potuto a tutte loro spese a riserva della tenue somma di scudi 30 somministrati dalla Communità, come è a tutti Loro Signori noto. Hora tra essi si è compito il Turno,et il peso della Festa incombe tutto alla Communità; perciò si propone alle Signorie Loro d’assegnare al Magistrato, il quale rappresenta il Corpo della Città ch’ha il voto, quella somma necessaria per pagare almeno le spese vive della musica, ed il donativo al Santo, ed ogn’altro più necessario, obligandosi li Signori del numero duodenario trattare tutti li Musici, acciò detto Magistrato possa continuare se non in tutto, almeno in parte la sudetta Festa con quella pompa esteriore, che si è veduto nelli scorsi anni, tanto lodata da Forastieri, incominciata non per la pura vanità ma per lo voto de nostri Maggiori all’hor quando fecero acquisto del Sagro Corpo del detto nostro Santo Martire Protettore”.

La questione si risolse per allora con l’aumento vistoso del budget da assegnare al santo; oltre i trenta scudi già in passato tabellati, fu proposto di aggiungerne altri ottanta l’anno, in buona parte a beneficio della Musica che more solito doveva allietare la festa, e scudi venti “per la Machina da farsi al Santo, a fine d’adempiere pienamente al voto fatto dalla nostra Città, ed augumentare il culto divino, e promovere sempre più la devozione verso lo stesso santo, per di cui intercessione dobbiamo sperare ogni bene sia spirituale, che temporale”.

Ci fu un solo voto contrario; e non sappiamo il nome del fedifrago, se fosse greco o gentile, nobile o plebeo; forse era uno di quelli che più erano stati colpiti dalla carestia dell’anno del Signore 1764? Con molta probabilità sin dall’inizio veniva portata in processione ‘effigie del santo, ma non abbiamo precise testimonianze al riguardo.

La documentazione certa sull’argomento risale al secolo XVIII, quando vengono fatti eseguire i due busti argentei che attualmente si espongono e si portano in processione. Quello di S. Magno fu donato alla cattedrale da Giovanni Pietro Filonardi di Bauco prima del 1765, e la decisione di accantonare venti scudi per fare la macchina sembra confermarlo. Il busto di S. Pietro vescovo, invece, donato da Giuseppe Gigli di Sezze più o meno nello stesso torno di tempo.

L’aggiunta del vescovo Pietro una operazione di vertice, come usa dire oggi, decisa certamente dal Capitolo, ma che non mai entrata nel cuore degli anagnini, i quali ancora oggi o ignorano del tutto Pietro, o fingono di credere che sia s. Pietro l’apostolo.

L’austero e insieme intraprendente riformatore del sec. XI giù in vita aveva dovuto esperimentare qualche opposizione da parte del popolo, che a quanto sembra gli rimproverava di dilapidare nella costruzione di una faraonica cattedrale somme che potevano essere usate, si mormorava, con maggior utilità a favore dei poveri. Così Pietro, vescovo dei conti longobardi di Salerno, uno dei più fidati seguaci di Ildebrando di Soana, ambasciatore con incarichi speciali presso le corti di Palermo e di Bisanzio, amico tra l’altro di S. Bruno vescovo di Segni, ha ricavato dal suo amore per la città (alla quale ha donato un monumento – appunto la cattedrale – nel quale sperano oggi tutti, cristiani e miscredenti, unificati dalla nuova religione del turismo di massa) un oblio tenace dal quale non gli è stato possibile disinvischiarsi, oblio che lo persegue ancor oggi come una condanna senza possibilità di appello.

C’è però da dire che, come si sa, il tempo è galantuomo, che il fatto di essere in due offre all’uno e all’altro possibilità non preventivate di mimetizzazione, che insomma durante la processione si grida viva anche a s.Pietro, sebbene sia noto a tutti che la mitria più alta quella che sta sulla testa di s. Magno. In prosieguo di tempo la processione venne per determinati periodi e in determinate circostanze arricchita con la presenza di altri santi. Secondo la tradizione più antica, sancita dallo Statuto, il 14 agosto dalla chiesa di S. Andrea veniva portata solennemente in cattedrale per la festa dell’Assunta del giorno successivo e per quella di S. Magno del 19 la trecentesca icona del Salvatore (accompagnata a turno dai fedeli di una delle contrade), che poi veniva riportata giù dopo la fine della festa, più tardi conosciuta con la dizione locale dei santi ammonte e santi abballe.

Nell’Ottocento, invece, l’onore della compresenza toccò alla statua di S. Vincenzo Ferreri dalla chiesa di S. Giacomo extra moenia e a quella di s. Rocco proveniente dalla chiesa di S. Antonio abate nelle vicinanze della piazza maggiore. Successivamente alla decisione presa nel 1765, nel 1779 il Comune ordinò all’architetto Subleyras di disegnare le macchine del Santissimo Salvatore e di s. Magno.

Queste ultime, sia pure malconce per la lunga attività e il tempo trascorso, vengono ancora oggi usate per la processione, e la macchina del protettore serve ancora al trasporto dei due busti. Questo può essere segnato come un punto in favore della devozione dei cittadini, come anche i frequenti restauri che le macchine hanno subìto varie volte nel tempo ( uno degli ultimi interventi documentati è quello del 1909, eseguito in maniera egregia dall’ebanista anagnino Giuseppe Bottini).

Nei primi anni del Novecento il vescovo Antonio Sardi, barone di Rivisondoli, aristocratico pastore che forse non conosceva ancora in tutte le sue potenzialità la spiritualità cittadina, ebbe la felice idea di ordinare una nuova statua del protettore, considerando ormai troppo malconci i due busti argentei. Commissionò a degli artigiani pugliesi un nuovo S. Magno in cartapesta e a corpo intero. La nuova statua era imponente, come si può ancor oggi constatare, in quanto essa conservata tuttora presso il monastero delle suore Cistercensi della carità, conosciute come “le monachelle”. La sera del 18 agosto 1905 la nuova statua fece il suo debutto sulla scena cittadina prendendo il posto dei due sorpassati mezzibusti. Lo stupore fu alto, e la reazione non fu particolarmente favorevole.

Il popolo furente prese a cocomerate e pomodorate la nuova statua, chiedendo a gran voce il ritorno all’antico e gridando allo scandalo. Il corteo dei canonici rientrò in gran fretta in cattedrale e la processione in tal modo abortì. Quale il motivo di questa levata di scudi? La cosa non appare chiara: apparentemente la causa sembra da ricercarsi nello zelo popolare, legato alle venerande antiche consuetudini; un atto di amore, quindi. Ma, conoscendo le disposizioni secolari della gente verso il proprio patrono, sembra piuttosto che si sia trattato di un gesto di stizza, come un voler ammonire il santo a non esagerare troppo nel culto della personalità.

In ogni caso, come un atto di irriverenza e di ostilità fu interpretato dai canonici, i depositari delle più segrete verità intorno ai santi e alla santità locali, e quindi i più atti a studiare e interpretare le reazioni popolari nei riguardi del patrono. Ed ecco subito spuntare la colpa, il senso di colpa, e la punizione connessa: il giorno dopo, secondo la tradizione (che non abbiamo motivo per non credere veridica), venne giù una grandinata tremenda che distrusse tutti i raccolti. Era, evidentemente, la vendetta del santo per la cattiva accoglienza ricevuta e il sacrilegio perpetrato.

La punizione fu salutare: gli anagnini corsero con la coda bassa in cattedrale e qui fecero ammenda del fallo commesso, partecipando compatti a un triduo di penitenza e riparazione. D’altra parte, occorre rilevare come anche i canonici non fossero soddisfatti della novità, anche perché il nuovo vescovo con la sua mania innovativa aveva rotto gli equilibri tradizionali e le sacre e venerande abitudini antiche. L’anno successivo, perciò, i due busti, ripuliti a festa e reindorati per l’occasione a spese del comune, fecero trionfale ritorno in mezzo al loro diletto popolo; e la pace sociale tornò così in Anagni, mentre la statua nuova, anch’essa per la sua parte colpevole dell’accaduto, fu accantonata e donata alle suore cistercensi, che piamente la conservano ancora, affinché non si perda giammai la memoria di tanto avvenimento.

Nel recente dopoguerra la gloriosa processione di S. Magno andò pian piano perdendo la sua importanza. La processione era ridotta a pochi fedeli, e anche i canonici erano ormai uno sparuto gruppetto, pochi sopravvissuti, col solo don Aurelio Prosperi intestardito a voler sorreggere le vetuste tradizioni, mentre molti dei noti simboli giacevano obliati nei magazzini ( per es. la “basilica” di stoffa, ossia l’ombrellone coi simboli giallorossi della cattedrale, portato solitamente da Vincenzo Pizzuti, più comunemente conosciuto come “Puzzuco”, eroe eponimo locale).

Unici presenti, unici a non deflettere, gli amministratori comunali, fieri dei loro antichi diritti, un campionario di fedeli che copriva, dai socialisti ai comunisti ai laicissimi repubblicani, tutto l’arco costituzionale. Una festa ormai quasi interamente laica, con la tombola e le noccioline americane, i torroni e lo zucchero filato, la porchetta, le mosciarelle, la regolizia a zippi, e qualche sellecca equamente suddivisa tra i ghiotti fedeli e i cavalli.

Ma, quando sembrava che la processione fosse ormai un vecchio arnese da relegare in soffitta, ecco il colpo di coda, l’inatteso e magistrale exploit del vecchio ma non domo patrono. Il vetusto rito si è rivitalizzato all’improvviso in questi ultimi anni, come per incanto, tramite l’intervento del post-ultimo dei canonici, don Angelo Ricci, carpinetano, compaesano di Leone XIII, che ha ricordato e fatto rivivere, con stupefacente precisione, un rituale obliato da secoli: il palio dei rioni ( del quale è da dire, nonostante quel che ne pensa qualcuno, anima arida e scettica, che è esistito davvero, secondo la testimonianza decisiva di un illustre studioso e cultore di patrie tradizioni, sommo sacerdote di quanto pertiene ai fasti dell’anagninità).

Questa revivescenza di spirito religioso ha ridato vita alla processione che, sotto l’occhio delle moderne telecamere, rinnova oggi gli antichi fasti col rutilante succedersi dei variopinti costumi delle antiche contrade.