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Missionari anagnini all’estero. L’esperienza di Stefania Faiocco e Don Giuseppe Ghirelli della Fidei Donum della diocesi di Anagni-Alatri in Brasile e in Etiopia

In occasione dell’ottobre missionario, l’Ufficio Migrantes ha incontrato i due missionari Fidei Donum della Diocesi di Anagni-Alatri: Stefania Faiocco, laica consacrata inviata in Brasile nella città di San Paolo; e Don Giuseppe Ghirelli, sacerdote in missione nella regione Apostolica di Robe, nel sud-est dell’Etiopia.

La loro è una migrazione di segno diverso, nata dal comune desiderio di mettersi in servizio per gli altri. “Sentivo la chiamata verso la missione”, racconta Stefania, “avevo 40 anni quando ho lasciato l’Italia. In quel momento conducevo una vita gratificante: avevo un lavoro stabile, amici, una famiglia, facevo volontariato, stavo bene. Ho scelto di entrare nella Comunità Missionaria della Trinità perché mi piaceva l’idea di una continuità nella missione durante tutto l’anno”. Nei primi tempi, Stefania dedica il suo impegno alla Comunità in Italia, pur avendo espresso il desiderio di partire: “Avevo alle spalle molte esperienze in Africa, ero innamorata di questo continente. Tuttavia, per ragioni di sicurezza, in quel momento la Comunità non poteva inviare dei missionari”. Un giorno però, arriva la chiamata per il Brasile. “Ho accettato subito, non ho avuto bisogno di pensarci! Non ero mai stata in Sud America ed ero felice di conoscere un posto nuovo”. Stefania parte per la prima volta nel 2006, per quattro settimane. In quei giorni, visita una delle più popolate favelas di San Paolo, Paraisopolis, immagine di una delle grandi contraddizioni del Brasile: la Città Paradiso, con i suoi 100.000 abitanti, si trova infatti circondata da alti e sfavillanti edifici benestanti. “Lì ho visto la povertà estrema, resa ancora più assurda poiché radicata all’interno di un quartiere di ricchi. In quel momento mi è venuta in mente la frase del Vangelo lo avete fatto a me. Mi sono allora interrogata su cosa potessi fare io in favore di queste persone”.

Nel 2007 inizia dunque l’esperienza di missione che dura fino ad oggi, al fianco degli abitanti delle favelas. “Si tratta di realtà difficili, dove in alcuni casi non si riesce ad accedere. C’è molta diffidenza e se non conosci qualcuno, è impossibile entrarvi. Le persone vivono in condizioni di estrema povertà, violenza, emarginazione e droga. È una contraddizione forte, poiché il Brasile è considerato oggi un’economia emergente”. Questa divisione sociale rappresenta una ferita profonda nella società brasiliana: chi nasce povero, difficilmente riesce a riscattarsi nel corso della vita. “Chi proviene dalla favela, chi ha la pelle nera rimane intrappolato in un passato di povertà o schiavitù che va avanti da generazioni. Gli aiuti statali, se ci sono, creano un circolo vizioso di assistenzialismo e non consentono di uscire effettivamente dalla situazione di bisogno”. La presenza di associazioni locali o di iniziative di solidarietà civile possono alleviare queste problematiche: “Alcuni cambiamenti, anche all’interno delle favelas ci sono ma sono molto lenti e piccoli”. Con la sua Comunità, Stefania opera, anche attraverso il Progetto sociale “Chiavi per la vita”, per restituire dignità a queste persone, metterle al centro e favorire il loro sviluppo umano integrale. Spesso infatti, è importante offrire anche solo la propria vicinanza, mettersi in ascolto e piangere o gioire con l’altro: “Emblematica è la storia di una donna che, nel corso della vita, aveva subito maltrattamenti, ingiustizie e abbandono, sia dai propri familiari che dall’uomo con cui ha avuto un figlio. Vive anche lei in una condizione di favela. Un giorno siamo andati a trovarla e lei si è stupita del nostro gesto: ma come, voi venite da me? Abbiamo instaurato con lei un rapporto di fiducia, finché anche lei è venuta a trovarci per cenare insieme. Si tratta di piccoli gesti e attenzioni che possono ridare sicurezza alle persone, creare legami e offrire possibilità di crescita personale e riscatto”.

Per don Peppe il desiderio di partire nasce invece dalla pluriennale esperienza alla guida del Centro Missionario diocesano: “C’erano molti missionari nativi della nostra diocesi, avevo contatti con loro e con altri che arrivavano qui. Volevo dare una mano e mettermi al servizio di contesti che non conoscevo. Avevo 60 anni, quando sono partito”. L’Etiopia è un paese prevalentemente copto-ortodosso ma la missione si trova in un ambiente a maggioranza musulmana, dove i cattolici sono pochi. L’unica presenza (a 7 ore di distanza) è una casa delle suore di Madre Teresa, dove si fanno per lo più attività caritative. “Seppure questa destinazione sia stata scelta tramite l’Ufficio Missionario Nazionale, dentro di me c’era comunque l’idea di andare dove non ci fosse già una pastorale avviata. Abbiamo quindi trovato questa zona a sud dell’Etiopia, un territorio vastissimo pari a un terzo dell’Italia”.

I bisogni, soprattutto nelle zone rurali e desertiche, sono tanti: mancano i servizi di base, la sanità, l’acqua le strade. Oltre alle attività ecclesiali, vengono portati avanti anche dei progetti di sviluppo in campo agricolo, scuole, corsi di formazione per donne, case famiglia per bambini e la costruzione di un ospedale neuropsichiatrico. “La mia presenza è stata accolta bene, la popolazione sa che siamo lì non per interessi economici ma per metterci al servizio di tutti, anche di chi non è cattolico o non ha intenzione di diventarlo. Le persone apprezzano che qualcuno scelga di stare con loro, sanno che questo comporta un sacrificio dovuto alle difficoltà di vivere in un ambiente così diverso. Una delle cose belle di queste realtà di missione è però la comunione tra tutti i cattolici, anche se pochi. In Italia non ce ne rendiamo conto perché siamo in tanti. Lì invece è proprio come una famiglia, ti fa sperimentare una forza maggiore”.

L’Etiopia vive in questi ultimi anni una fase di grande crescita economica, dovuta soprattutto all’arrivo di investimenti stranieri. Nonostante questo, la povertà rimane un problema ancora presente che si aggiunge alle irrisolte conflittualità inter-etniche, le recenti crisi politiche (con un tentativo di colpo di stato) e l’instabilità regionale del Corno d’Africa e del Sud Sudan. L’Etiopia ospita inoltre uno dei più grandi campi profughi dell’Africa, oltre ad essere caratterizzata da importanti spostamenti interni, dovuti principalmente a ragioni economiche. In un paese tra i più giovani al mondo, con un alto tasso di crescita demografica, le nuove generazioni non hanno molte possibilità di realizzazione professionale. Alcuni provano dunque a partire per arrivare in Europa, tuttavia, riuscire a farlo attraverso canali legali è pressoché impossibile: “ottenere un visto, anche solo per motivi di studio e attraverso la nostra mediazione, è difficilissimo. Qualche tempo fa, la CEI lanciò la campagna liberi di partire, liberi di restare. Io la formulerei diversamente: costretti a partire, costretti a restare. In Etiopia non c’è questa libertà di scelta”.

Come tutti coloro che lasciano la propria casa, anche Stefania e don Peppe vivono la loro esperienza con il cuore a metà: “direi che il mio è un cuore diviso: tra l’impegno nella missione e il pensiero costantemente rivolto agli affetti rimasti in Italia”, confida Stefania. “Anche per me è così, tuttavia, vivere questo tipo di realtà ti aiuta a guardare in modo diverso i problemi di tutti i giorni”, conclude don Peppe.

Entrambi ribadiscono però il forte sentimento verso questa scelta. Soprattutto, l’importanza di essere aperti a tutte le situazioni di bisogno che si incontrano: “Quando si vuole bene, non c’è contrapposizione tra l’aiutare le persone vicine e quelle lontane. Molte situazioni ci interpellano e se uno ha il desiderio di aiutare, non restringe la sua azione nello spazio”, riflettono don Peppe e Stefania, “non ha importanza se aiuti gli altri qui o altrove, tutti sono miei fratelli”.

articolo a cura di Silvia Compagno dell’Ufficio Migrantes della Diocesi di Anagni-Alatri

Ufficio Migrantes, per ulteriori info e contatti: migrantes@diocesianagnialatri.it