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Le pestilenze che hanno colpito Piglio; la nota storica di Giorgio Alessandro Pacetti

31 agosto 2019

 

Non si capisce il perché a cavallo dei mesi di Settembre e di Ottobre si sono sviluppate delle epidemie.

In merito alla peste del 1656, l’arciprete del Piglio, Domenico Janardi, in data 1° Novembre 1656 così scrive al Principe Colonna:

“Em.mo et Rev.mo Sig.re P.one Col.mo,  Mi trovo come Navicella in mezzo al mare senza guida smarrita nel più profondo fondo di travagli et disgusti, se bene ho pigliato fin animo coraggioso, dubito di restar privo di tutte le mie pecorelle datemi in custodia da V.E., et in tanto poco tempo diventar Pastore senza gregge avendo fatte tante fatiche in radunarlo a Dio, con far continuamente orazione di quaranta sacrificij Processioni, Rosari, che questo Popolo s’avesse mantenuto in Pace et tranquilla quiete, et hora mi vedo come  Marinaio restar senza Barca, et Pastor senza greggie, con pericolo grande di restar privo anch’io della Vita. Ritrovandomi solo in continue fatiche, non solo nella  Terra ma anche nella Campagna per non perdere le povere anime. Devo  per scarico della mia Coscienza avisar V.E., ma prima col darli buona nuova che ho tanto esclamato a questo Popolo una Mutazione della Vita, lasciar   vizi, in particolare tanti latrocinij et che sarebbe stato mai liberato  da tal flagello di Dio perché li Peccati nostri meritano di peggio. E’ apparsa la Madre Sant.ma in una iconetta fuor delle Mura, cominciando in ore stultorum, che si commosse tanto questo popolo che è cosa da non credere et ivi con strilli et scalzi tutti, con gridi che arrivavano fino in Cielo. Unitamente con il Sig. Governatore trovammo alcuni segni et con domandar Misericordia, le Donne si cavarno l’Anelli dalle dita, che mi furono consegnati subito in numero trenta quattro, et Denari scuti trenta la Biancaria non c’è numero ancora et di qualche considerazione. E.mo Sig. Mio, il flagello è troppo grande, Meritiamo peggio, si spera dalla misericordia di Dio qualche gratia; non mi dispiace di Morire perché son certo ma vorrei rassegnarli tutti a Dio e non perderli. Li mando la nota di tutti li morti, et quelli con il segno della Croce non si sono confessati, con tutto che sia andato tre volte a far l’istanza, non me ne meraviglio perché tale vita, finis vita del resto tutti stati rassegnati a Dio come meglio ho potuto che non venuto laborem non mi dispiace altro che quando vado alla Campagna non ci è aiuto ne da frati ne da preti che tutti son serrati e stanno da lontano it nomen D.ni Benedictum et quel che peggio mi trovo senza preservativi, et senza rimedio alcuno, altro la mia fede nella speranza di Dio. Intanto prego Dio della sua Santa Benedizione et prego Dio per questo Popolo, et con le lagrime à gl’ochi  lascio la penna, et gli fo profonda riverenza. Dal Piglio il p° di 9.bre 1656 D.V.E, Obb.mo Ser,re Vero Dom.co Janardi Arcip.te  del Piglio”.

Lo stesso Domenico Janardi con una lettera datata 24 Novembre 1656 informa il Principe Colonna che il male dilaga senza alcuna sosta e che il popolo non potendo digiunare, perché stremato dal morbo malefico, è disposto a percorrere scalzo i due chilometri che separano il Convento di San Lorenzo dal paese, per strappare al Beato Andrea Conti la grazia desiderata (questo accadeva il 25 Novembre 1656 festa del Beato). Ne riportiamo il testo:

“Em.mo et R.mo Ho ricevuto una di V.E. con molto mio gusto e son certo dell’Affetto che mi prova perché ho visto gli effetti. Mi dispiace rispondere che credo gli apporterà qualche disgusto et mandargli la nota che segue, il male ti credi, che non cessa, ma moltiplica assai. Mi creda certo, che se domani lì 25 del Corrente non si ottiene grazia al Beato Andrea che è festa sua; essendo disposto non il popolo a digiunare, io andarci devotamente scalzi. Vedrà che pochissimi si salveranno. Questo è quanto mi….. e ti fo pro.ma riverenza. Dal Piglio lì 24 di 9bre 1656. D.V.E. Obblig.mo Sempre Dom.co Janardi Arc.te del Piglio”.

In merito al colera del 1855 e del 1884 a Piglio il primo caso si registrò il 12 ottobre; ai primi di novembre il centro abitato era già tutto interessato.

Il massimo dei colpiti e dei morti si ebbe nella settimana dal 23 al 28 novembre, quando si contarono anche 8—9 decessi al giorno; il 9 dicembre il contagio era cessato. In quei due mesi ogni famiglia ebbe il suo morto: su circa 3500 abitanti del paese si ebbero 194 casi di colera e 73 morti, 63 dei quali adulti e 10 fanciulli. A un certo punto il popolo, vistosi perduto, “si applicò a santi mezzi onde placare la giustamente sdegnata maestà divina”; mai i Sacramenti furono tanto frequentati, nemmeno durante le più riuscite Missioni popolari: le chiese del Piglio erano sempre piene di gente dal volto abbattuto e atterrito che giorno e notte invocava i suoi santi: gruppi numerosi di devoti, lasciando ogni faccenda, di notte con torce a vento, con qualsiasi tempo, camminando e pregando si recarono ai santuari più venerati del paese: dal beato Andrea sotto lo Scalambra, alla Madonna del Monte (due miglia più su verso gli Altipiani, a quasi mille metri di altitudine), al SS.mo Crocifisso di San Giovanni. Nella terza decade di novembre i frati di S. Giovanni avevano di propria iniziativa celebrato un triduo di suppliche al Crocifisso, cui aveva partecipato una folla enorme, capace di restare due ore in ginocchio a pregare, cantare o invocare la grazia con voce flebile e serena; per due sere uno dei Sacerdoti del Convento aveva partecipato in cotta e stola e con fervorosi discorsi aveva incoraggiato il popolo a ricorrere al miracoloso Salvatore. Sperando nel soccorso divino, la gente invitò il Priore Comunale Luigi Corbi e il Vicario Foraneo don Ferdinando Fantini a chiedere ai frati il permesso di portare solennemente il Crocifisso su in paese, nella Collegiata. Don Ferdinando, con la delega anche del Priore e del Preposto don Bonacci, andò al convento di S. Giovanni verso mezzogiorno di mercoledì 28 novembre e presentò la richiesta al guardiano p. Benedetto da Valmontone, “a motivo di ottenere dal misericordiosissimo Dio la liberazione dal Colera”. Il religioso invitò il sacerdote a pranzo, a tavola informò il suo Vicario del motivo di quella visita e accondiscese alla richiesta, per cui la sera stessa il Capitolo di S. Maria, i frati del convento e gran parte dei pigliesi, “con solenne e devota processione di Penitenza”, portarono il Crocifisso in paese e lo alzarono sull’altare maggiore della Collegiata; quindi invitarono a predicare il padre Lettore fra Bernadino da Cantalice. Da allora la chiesa-madre fu frequentata dal mattino alla sera, specie quando si celebrava la funzione penitenziale quotidiana; grazie alle offerte spontanee o questuate, davanti al Crocifisso arderono in continuazione numerosi lumi a cera, e tanto più infieriva il morbo, tanto più il popolo affranto invocava la grazia. Un episodio in particolare convinse la gente dell’efficacia dell’aiuto divino: il piccolo Gustavo, di 7 anni, figlio del facoltoso pigliese Demetrio De Sanctis, era ridotto dal colera in fin di vita nonostante il medico e i genitori facessero di tutto per salvarlo; e quando il dottore aveva detto che non c’era più niente da fare, i familiari aspettandone il decesso prepararono il suo funerale e chiesero ai frati di S. Giovanni di tumularlo nel sepolcro della chiesa, sigillato in una cassa come da disposizioni legali. Ispirati intanto a ricorrere al Crocifisso, che ancora non era stato trasferito in paese, mandarono un servo con la camicia del malato che, secondo la pia tradizione, fu poggiata sull’immagine sacra e poi stesa sul giovanetto; il quale, dopo tanto tempo che quasi non dava più segni di vita, subito si scosse e iniziò a migliorare fino a guarire del tutto. Tutti da allora lo considerarono un miracolato del Crocifisso, al cui patrocinio fu poi attribuita anche la fine dell’epidemia. Volendo per questo degnamente e pubblicamente ringraziarlo, il popolo ne ritardò la restituzione ai frati e organizzò una questua per preparare una festa ed accompagnarlo al convento con una solenne processione, la banda musicale, spari di mortaretti ecc. Ma quindici giorni dopo la fine del colera il Crocifisso ancora non era stato riconsegnato e i frati, desiderando di riaverlo per le feste natalizie, sollecitarono il Preposto Bonacci a riportarlo in una delle prime giornate festive. La prima data stabilita per questo scopo venne disattesa perché la festa programmata ancora non era pronta; si rinviò il tutto al 27 dicembre e quella mattina p. Benedetto, incontrato tutto il Capitolo della Collegiata in sacrestia, chiese se per quella sera fosse confermata la processione verso il Convento. Il canonico Bottini rispose che la grande festa voluta dal popolo era ancora in fieri e che la causa del ritardo non erano i preti: una risposta che fece saltare i nervi al frate, il quale pretese la restituzione del ‘‘sagro Pegno” quella sera: da ciò sorse tra i due sacerdoti un battibecco a base di frasi poco sacerdotali, di fronte ad alcuni laici presenti. Si fissò come data ultimativa quella del 30 dicembre, ultima domenica dell’anno, ma anche quella volta una lettera del Priore Corbi pregava il p. Benedetto di pazientare un’altra settimana: allora la mattina dopo il p. guardiano e il p. Bernardino andarono ad Anagni dal Vescovo Trucchi il quale, sentite le loro proteste, ordinò di riferire al suo Vicario Foraneo di Piglio di riportare il Crocifisso a S. Giovanni il 1° gennaio1856. La sera stessa il destinatario don Fantini e il p. Bernardino riferirono il volere del Vescovo all’Arciprete Bonacci e al Priore di Piglio, i quali ripeterono al frate di pazientare la settimana richiesta per non maldisporre il popolo che aveva generosamente contribuito all’organizzazione della ormai quasi pronta festa. Il padre guardiano però non volle sentire ragioni e si ostinò, anche contro il parere di alcuni suoi frati, sulla data fissata dal Vescovo, tanto che la sera del 1° gennaio salì in paese. Per strada incontrarono un forestiero che invitò lui e i suoi confratelli a tornare indietro, perché il Crocifisso quella sera non sarebbe stato restituito: incontrarono poi un gruppo di giovinastri che li presero a parolacce: “Brutti fratacci, vi rompiamo la chierica!”. Entrati in Collegiata, i canonici sparirono tutti e i frati si ritrovarono inmezzo alla gente innervosita e sempre più minacciosa, mentre in sacrestia il p. Guardiano si rese conto che nessuno avrebbe messo in  spalla il Crocifisso, anche perché erano state nascoste le stanghe della macchina processionale e i falegnami erano stati minacciati di non rifarle. Il crescente ronzio di una folla sempre più numerosa e punteggiata di brutti musi, che aveva anche circondato e quasi bloccato la confraternita francescana dentro la chiesa, convinse i frati a una prudente marcia indietro, senza che il clero secolare muovesse un dito per calmare gli animi. Il giorno dopo p. Bernardino tornò a riferire al Vescovo, che prima voleva mandare le guardie a Piglio poi, per evitare ritorsioni sui frati, li invitò ad assecondare il desiderio popolare. Insomma la processione di ritorno con festa pubblica fu decisa per il 13 gennaio, un giorno piuttosto brutto tanto che la banda non poté uscire; per questogià si parlava di un’altra settimana di rinvio, ma stavolta anche il clero secolare si oppose e così quella sera una lunghissima sfilata, dopo un mese e mezzo, finalmente riaccompagnava tra spari di archibugiate e canti devoti il Crocifisso miracoloso nella sua cappella a S. Giovanni. Qui predicò di nuovo il p. Lettore con soddisfazione dei fedeli, si cantò il Te Deum di ringraziamento accompagnato all’organo dal Vicario Foraneo, e fu data la benedizione; tutto si svolse senza disordini e il popolo offrì al Convento alcune elemosine a beneficio dell’altare del Crocifisso.

Ancora il colera nel 1884; in una lettera che Don Ferdinando Tardiola scrisse alla madre il 24 settembre 1884, leggiamo: “Del resto ora non resta a dirti che preghi perché il Signore tenga lontano il colera. Qui abbiamo fatto dei tridui alla Madonna delle Rose che ancora sta esposta, l’abbiamo fatto a S. Rocco, ieri terminò quello di S. Sebastiano, domani daremo principio a quello del SS. Crocefisso, e siamo certi di essere liberati. Per ora va scemando in Italia, non essendo più fiero come sul principio. Il triduo alla Madonna si fece con discorsi, due ne feci io, uno D. Tommaso…”.

Infine l’asiatica del 1956 che colpì oltre il paese di Piglio anche tutta la Nazione proprio nel mese di Ottobre mietendo anche qui lutti tra la popolazione.

Allora una domanda sorge spontanea: Perché nel mese di Ottobre esplodono sempre delle epidemie e delle pestilenze? La risposta agli esperti.

Giorgio Alessandro Pacetti

 

 



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