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Storie di ordinaria integrazione: Antonio e Carmen - lei peruviana, lui argentino – da sei anni vivono stabilmente a Sgurgola: “pian piano abbiamo fatto amicizia e ci siamo inseriti"

Ma non solo i soli stranieri a vivere in questo splendido ed accogliente paese - 22 gennaio 2019

Sorriso contagioso, parlantina svelta e leggera che tradisce un soave accento sudamericano: con il volto acceso Carmen si appresta al racconto di storie di incontri e migrazioni. La accompagna Antonio, occhi azzurro limpido, sguardo silenzioso e attento. Ci conosciamo a Sgurgola. Lei di Lima, lui di Buenos Aires.

La storia di Antonio inizia nel dopoguerra, quando i genitori, non ancora sposati, decidono di lasciare la Calabria profonda e terra di Arbëreshë, per partire oltreoceano. Uno zio di Antonio è già in viaggio per l’America ma i genitori, una volta arrivati al porto di Napoli, trovano una sola nave, destinazione Argentina. E salpano. In Argentina riescono a costruirsi una vita, con dei figli e una casa in cui crescerli.

Negli anni ’90, però, Antonio decide di fare il percorso inverso e venire in Italia. Prima per qualche mese, poi in via definitiva. Si stabilisce a Roma, dove inizia a lavorare nell’assistenza a persone anziane e, nel frattempo, frequenta la Chiesa latino-americana dei Padri Scalabriniani. È qui che conosce Carmen, arrivata a Roma nel 2003 dal Perù. Le difficoltà di ricominciare la vita in un nuovo paese non mancano ma, grazie al sostegno della Chiesa, riescono a trovare un lavoro e un alloggio. “Quando sono arrivata in Italia, tutto mi è sembrato molto diverso dal Perù: la lingua, i titoli di studio, il cibo, addirittura i detersivi! Noi ne abbiamo quattro o cinque mentre qui ce ne sono molti di più e sono molto più forti! A Roma ci siamo inseriti grazie alla Chiesa. Non dimenticherò mai l’accoglienza del parroco, che ci presentò alla comunità subito dopo la messa. È in questa chiesa che io ed Antonio ci siamo conosciuti!”.

Da sei anni ormai si sono stabiliti a Sgurgola, più vivibile rispetto a Roma. “Quando ci siamo trasferiti qui, non è stato facile: la gente del posto a volte neanche ci salutava o scambiava con noi il segno della pace. Piano piano, però, abbiamo fatto amicizia e ci siamo inseriti. Alcune persone ci hanno davvero fatto sentire accolti: grazie alla parrocchia, siamo entrati nella vita della comunità”.

Antonio e Carmen non sono gli unici ad essere arrivati a Sgurgola da lontano. Maria Annunziata, membro del consiglio parrocchiale insieme a loro, ci racconta che in città è presente, da molti anni, una folta comunità di nigeriani. Il basso costo degli affitti, la vicinanza alla stazione ferroviaria e a Roma, insieme al passaparola hanno portato qui molte persone. “Alcuni si sono sposati nella nostra Chiesa; sono nati dei bambini che ora vanno a scuola e frequentano il catechismo. Spesso organizziamo delle celebrazioni comunitarie, soprattutto durante le festività: a Natale la messa è stata celebrata sia in inglese che in italiano”. L’inserimento di queste persone nella società sgurgolana è avvenuto soprattutto grazie al centro di ascolto Caritas, che è stato per loro un punto di riferimento. Tuttavia, un importante ruolo di ponte è stato svolto anche da un sacerdote nigeriano, residente a Sgurgola fino a dieci anni fa e impegnatosi ad aiutare la comunità locale e quella nigeriana ad entrare in contatto l’una con l’altra. Ruolo ora ereditato da don Pietro, altro sacerdote nigeriano che vive a Sgurgola da sette anni.

Don Pietro si è messo a disposizione della comunità intera, celebrando le funzioni con don Agostino, parroco di Sgurgola, e stando vicino ai nigeriani presenti in città. “Alcuni di loro si sono inseriti bene, altri meno. Non tutti riescono a trovare lavoro perché non hanno completato gli studi”. Don Pietro ci fa conoscere alcune famiglie: tra loro, c’è chi è presente in Italia da vent’anni, ha cresciuto qui i propri figli, che ora frequentano l’università. Altre coppie, invece, si sono formate a Sgurgola. Come per Carmen e Antonio, anche per loro l’inizio non è stato semplice. La lingua è spesso una pesante barriera culturale, che si unisce alla difficoltà di trovare un lavoro dignitoso in un paese che ormai da anni soffre una grave stagnazione economica. “Prima di partire, abbiamo tutti il mito dell’Europa, guardiamo all’Europa come possibilità per una vita migliore. Poi però, una volta arrivati, ci rendiamo conto che non è così semplice. Ed è dura da spiegare ai familiari che rimangono a casa, e che si aspettano da noi un sostegno economico”.

Fortunatamente, la comunità sgurgolana è capace di stringersi attorno ai propri membri, dando sempre prova di grande solidarietà. “Si tratta di un’indole naturale, che nasce spontaneamente dal carattere della popolazione. Essendo un paese storicamente più povero, piccolo e poco esteso, si è sempre aperto all’altro, creando una forte rete di solidarietà tra pari”. Le parole di Maria Annunziata vengono confermate da don Agostino, originario di Carpineto: “Anche io sono stato accolto, le persone qui si fanno in quattro per gli altri. Con coloro che si sono stabiliti a Sgurgola, dal Sud America o dall’Africa, ci siamo raccontati a vicenda, abbiamo scambiato esperienze e condiviso molti momenti, dalle feste alle funzioni religiose che ogni domenica si svolgono in italiano e in inglese.

Maria Annunziata ci racconta come il paese si sia abituato presto all’incontro con l’altro: “Già negli anni ’80, quando iniziarono ad arrivare i primi albanesi, fummo molto colpiti da una famiglia con un bimbo piccolo. Ci sembrò di rivivere Betlemme. Si creò da subito tanta solidarietà intorno a loro, che poi continuò spontaneamente con quelli che vennero in seguito”.

Per Carmen, l’Italia ha realizzato il suo sogno europeo, il suo progetto di vita. “Quando sono andata via dal Perù, la situazione era molto difficile: nonostante facessi tanti lavori, il guadagno era insufficiente, non mi permetteva di condurre una vita dignitosa e crescere i miei figli. Ero costretta ad indebitarmi per mandarli all’università. Poi sono partita e sono venuta qui. Grazie all’aiuto di tante persone, ho trovato lavoro ma non dimentico la mia famiglia rimasta in Perù. Qui a Sgurgola mi sento di nuovo a casa. Anche qui so di avere una famiglia”.

Articolo redatto da Silvia Compagno nell'ambito della collaborazione con l'Ufficio Migranti, pubblicato nella rubrica “Incontri” sul mensile diocesano “Anagni-Alatri Uno” (mensile cartaceo della Diocesi di Anagni-Alatri) e ripreso anche dalla pagina locale di Avvenire

 


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