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Anagni. Dalla percezione del declino al rilancio dei saperi locali; l'editoriale di Filippo Del Monte

28 agosto 2019

Secondo le ultime statistiche le cosiddette “aree interne” (leggi territori svantaggiati) in Italia rappresentano il 52% dei comuni, il 22% della popolazione ed il 60% del territorio nazionale. Utilizzando gli strumenti di classificazione ufficiali, un’area si ritiene svantaggiata se non dispone di tutti quei servizi che sono ritenuti importanti e cioè un’offerta scolastica secondaria superiore, un ospedale sede di DEA di I livello, una stazione ferroviaria almeno di grado SILVER.

Anagni ha sia una stazione ferroviaria SILVER che l’offerta scolastica tipica dei centri strategici, ma non dispone dei servizi sanitari necessari ed è su questa contraddizione di “polo strategico” privo di servizi altrettanto strategici che si sviluppa e, purtroppo, si acuisce il distacco con i grandi centri e la linea di faglia tra una “periferia” in cui meccanismi complessi di tipo economico e politico hanno incluso anche Anagni ed un “centro” che nonostante la crisi ancora riesce a svilupparsi. Anagni resta una realtà ricca ma incapace di crescere, questa l’estrema sintesi basandosi su comparazioni con dati e realtà italiane ed europee.

Nel 2008 Tim Leunig, economista e docente della London School of Economics, disse che «il tempo di Liverpool è finito», lasciando intendere che nell’ottica dello sviluppo economico contemporaneo, uno dei più importanti centri industriali della Gran Bretagna fosse ormai inutile e che, pertanto, ben pochi investimenti sarebbero stati dirottati da parte dello Stato centrale e dei privati su quel territorio. La scelta a monte è quella di investire solo ed esclusivamente su ciò che già risulta essere produttivo, ergo per i territori “periferici” o “ex strategici” non c’è spazio.

Anagni non è Liverpool ma nel panorama industriale italiano ha avuto una importanza simile a quella degli industrial districts britannici ed il suo destino è stato tendenzialmente lo stesso. La fine della “strategicità” industriale di Anagni non ha impedito la sopravvivenza delle infrastrutture strategiche sul suo territorio, allo stesso tempo però ha aperto una fase di “spoliazione” da parte principalmente degli organi periferici dello Stato – la Regione soprattutto – a suo danno. La situazione disastrosa della sanità anagnina e dell’area nord della Ciociaria parla da sé; e la questione della “strategicità” territoriale è inscindibilmente connessa a quella dei servizi per i cittadini. Ecco perché più volte, nel corso dell’ultima “tranche” della battaglia per il diritto alla salute, il sindaco Daniele Natalia ha voluto collegare gli investimenti industriali e la presenza di impianti importanti sul territorio con la necessità di avere almeno un pronto soccorso con medici specialistici per il trattamento delle emergenze-urgenze.

L’esistenza di infrastrutture pubbliche e private di livello sul territorio anagnino però implica anche che non si possa parlare ancora di declino conclamato quanto di “percezione del declino”, e cioè di una sorta di sfiducia nelle possibilità di crescita del territorio e nelle capacità di rilancio tanto dei decisori politici quanto degli operatori privati e dei semplici cittadini. Declino industriale, declino demografico (l’anno scorso è stato il primo in cui si è registrato sul territorio anagnino il trend negativo tra nascite e decessi) e declino dei posti di lavoro tradizionali con un’alta percentuale di disoccupazione giovanile si possono contrastare solo ed esclusivamente abbandonando l’idea che la politica debba attuare misure “compensative” per i territori svantaggiati – che puntualmente non vengono applicate – e favorendo una concezione programmatica e di visione della politica nazionale ed anche – forse soprattutto – di quella locale.

Se Anagni torna ad avere una centralità ed una visibilità provinciale e regionale nell’ambito del settore turistico-culturale è perché la strategia attuata dal decisore politico sembra essere quella giusta ed è questo un esempio di cambiamento strutturale a livello ancora embrionale. C’è ancora tanto da fare perché la città, come già detto in altre sedi, non dispone di tutti quei servizi utili ad un centro turistico essendo stata influenzata negli anni precedenti da un modello di sviluppo antitetico. Eppure qualcosa si muove.

Serve ripartire dalle esigenze dei territorio e dalla convinzione che ogni luogo ha le proprie specificità e che applicare ad una realtà soluzioni e progetti “vincenti” in un’altra senza un’analisi approfondita non è solo uno spreco di risorse, ma può portare anche ad una drammatica dequalificazione del territorio in questione. Questo si può evitare migliorando l’uso delle risorse che il territorio produce da sé come quelle naturali, il patrimonio culturale ed i “saperi” locali così da poter aumentare, di conseguenza, il benessere della popolazione con la creazione anche di nuovi posti di lavoro in un contesto nel quale ormai il “vecchio” mercato del lavoro industriale-centrico stagna. Il discorso è sempre quello, cioè che le risorse anagnine sono inscindibilmente legate al “nuovo mercato” culturale e turistico.

Le stesse risorse naturali rispondono ai canoni della diffusione del brand Anagni con le eccellenze enogastronomiche che sono – nonostante i discorsi che si sono fatti nel corso degli anni sul tema siano triti e ritriti – tutt’ora un settore da scoprire e presentare al grande pubblico. Del patrimonio culturale anagnino è sostanzialmente inutile parlare; la città non ha nulla da invidiare ad altri centri storici italiani di rilievo se non, forse, la “cultura” del turismo già ampliamente sviluppata altrove e che ad Anagni è rimasta allo stato embrionale per fattori storici ed antropologici di cui già si è discusso qui.

I “saperi” locali sono stati poco utilizzati, propagandati e fatti conoscere agli anagnini stessi ed in questo caso servirebbe un’inversione radicale di tendenza che non può ridursi alle “passerelle” dei nostri artisti ed operatori culturali durante le manifestazioni di più ampio respiro.

Ricollegandosi a quanto scritto prima, se pallidi cambiamenti si stanno vedendo, è perché la politica locale ha compreso quale cammino intraprendere; le decisioni ultime e quelle di indirizzo spettano infatti agli amministratori che sono gli unici autorizzati ed in grado di risolvere la questione delle aree in declino se sapranno abbandonare l’antico modus operandi delle politiche compensative in favore di una “visione” dello sviluppo che rimetta al centro non solo il territorio ma l’uomo che in esso vive con le sue specificità.

Filippo Del Monte

 

 

 


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