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Processo di rinnovo autorizzazione all’esercizio di impianto di termodistruzione pneumatici alla Marangoni Spa: la nota dell'associazione Anagni cambia Anagni

17 giugno 2019

Al fianco di tutti i cittadini e di tutti coloro che hanno a cuore la difesa dell’ambiente e la salute delle persone; Anagni cambia Anagni, associazione culturale, ribadisce la ferma contrarietà alla riaccensione del termocombustore Marangoni. Lo fa con una nota inviata a questa redazione che, di seguito, pubblichiamo in forma integrale e senza modifiche:


L’associazione culturale Anagni cambia Anagni, ribadisce la ferma contrarietà alla riaccensione del termocombustore Marangoni. L’intero processo di rinnovo della concessione conclusosi con  determinazione regionale  n. G. 10636 del 27  07 2017, a seguito della conferenza di servizi del 7 04 2017, presenta contraddizioni formali e sostanziali, nonché inammissibili  “vizi di procedura”,  che cozzano anche contro l’ordinario buonsenso.
Se non fosse per la gravità dei rischi ambientali derivanti dall’incenerimento di 48 tonnellate al giorno di pneumatici fuori uso (PFU), se non fosse per le possibili gravi conseguenze sulla salute della nostra popolazione, verrebbe da dire che lo Stato, attraverso i suoi organi, i suoi processi operativi e le sue norme ancora una volta “predica bene ma razzola male”.  E questo, nel settore primario della salute, è inammissibile!
Già altri puntuali interventi di associazioni hanno evidenziato i concreti e potenziali rischi dal riutilizzo di tale impianto di termodistruzione che sembrerebbe avvalersi di tecnologie ormai datate. Un sistema operativo, in sintesi,  che più che distruggere rifiuti  finisce per creare nuovi rifiuti in percentuali superiori al 50% dei PFU trattati.
“Predicare bene e razzolare male” appare al buonsenso del cittadino comune che non riuscirebbe mai a capire come faccia il Ministero dell’Ambiente  a sottoscrivere nel novembre 2016  la perimetrazione dell’area SIN (Sito Interesse Nazionale) e poi consentire al suo interno autorizzazione al riavvio di un impianto dal potenziale altamente inquinante. Com’è possibile che in area SIN ogni nuova iniziativa è sottoposta a ferrea disciplina autorizzatoria afferente direttamente al Ministero dell’Ambiente ed il rinnovo di una concessione scaduta da qualche anno sia trattato sulla base di ordinarie procedure antecedenti allo stato di dichiarazione di Sito di interesse Nazionale per il disinquinamento?   Ed ancora, stando nel buonsenso, come fa lo stesso Ministero ad adottare “Linee guida sulle procedure operative ed amministrative per la bonifica del SIN”, avviare attività di monitoraggio delle acque, attività di fitorisanamento e fitodepurazione, sottoscrivere “Protocollo d’intesa per il monitoraggio delle operazioni di bonifica e di riconversione industriale e produttiva” e, poi, lasciare che in conferenza di servizi, disciplinata da D. Lgs. Del 2006, si rilasci autorizzazione incrementale ad mega camino di incenerimento PFU che già tanti danni ha arrecato alla salute e nel territorio?  
Verrebbe anche  da chiedersi: “ed i 46 milioni di euro previsti nello Accordo di Programma  per la bonifica e reindustrializzazione dell’area in linea con il Piano Nazionale Impresa 4.0  firmato nell’ottobre 2018 dal Ministro Di Maio e dal Presidente Zingaretti come interagirebbero con il presunto riavvio del datato processo industriale?”
Eppoi, ancora appellandoci al comune buon senso, sembrerebbe ‘priva di senso’ una procedura di rinnovo di una concessione rilasciata a termine  -per via della sua pericolosità ambientale-   che non preveda almeno gli stessi vincoli e  stessi step autorizzatori del processo di primo rilascio. Il riferimento va  direttamente alla Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) che dovrebbe rimanere di carattere propedeutico nella procedura di rinnovo, così come lo è stato in procedura di primo rilascio.
Nel caso specifico, tra l’altro,  la procedura di VIA rivestirebbe naturale preventiva obbligatorietà stante la certificata trasformazione dell’ambiente circostante in Centro Urbano ai sensi del c.d.s. e considerando che precedenti indagini ambientali ed epidemiologiche hanno rilasciato dati tutt’altro che rassicuranti.
Inoltre, tali macroscopiche contraddizioni si registrano proprio mentre il Ministero dell’Ambiente e le Regioni firmano un  Protocollo d’Intesa per un “Piano d’Azione per il Miglioramento della Qualità dell’Aria” che interviene, tra l’altro,  sui generatori di calore domestici, sulla combustione di ramaglie in agricoltura, sull’uso di vernici nella ristrutturazione di immobili capaci di assorbire il particolato (PM10), ecc. E gli effetti del camino della Marangoni?
Appare chiaro, quindi,  che l’ eventuale provvedimento di rinnovo  resterebbe inquinato da “vizi procedurali” ed inconcepibili contraddizioni nell’operato di organi dello Stato.
Contro il concreto rischio di scaricare ulteriori sostanze tossiche (tra cui diossina) su un territorio che subisce avvelenamenti da decenni e di  attentati alla salute dei cittadini, la politica e le istituzioni locali, in presenza di un così opinabile processo autorizzatorio, devono battersi con determinazione e chiarezza di idee, senza traslare le proprie responsabilità sui cittadini ed associazioni come si è registrato nel settore della sanità.
Attivare la responsabilità degli eletti in Regione come in Parlamento deve essere compito della politica locale che non potrà limitarsi al megafono o al comunicato stampa. I cittadini saranno a mobilitarsi, ma Anagni sulla salute non può ripetere gli errori del recente passato.

 


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