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L'editoriale. Deindustrializzazione e nascita di una cultura del Turismo ad Anagni: un dibattito ancora aperto

11 giugno 2019

Mancanza di strategia e programmazione nel campo della politica turistico-culturale; crisi ormai strutturale del sistema industriale. Sono queste due tematiche spesso affrontate nelle campagne elettorali degli ultimi anni ad Anagni e soluzioni se ne cercano quando si arriva al governo della città. L’errore che si commette è considerare queste due problematiche come separate, come espressione di criticità diverse quando invece sono tentacoli d’una stessa piovra maligna che s’aggira sul territorio anagnino e ciociaro più in generale: la deindustrializzazione.

A fronte dei cambiamenti economici e produttivi in atto, si deve ricordare come all’inizio degli anni ’70 l’arrivo massiccio di finanziamenti provenienti dalla Cassa del Mezzogiorno (Casmez) nel nostro territorio abbia modificato profondamente non solo la geografia produttiva ma anche la cultura e lo stile di vita di una società che era sempre stata a vocazione agricola.

Nelle dinamiche della Cassa del Mezzogiorno, che raccontano uno spaccato interessante della storia di questo Paese, la Ciociaria fu senza dubbio un territorio privilegiato da investimenti ed insediamenti industriali rispetto ad altre aree il cui tessuto economico-produttivo sarebbe stato comunque influenzato dalla presenza della Casmez.

All’interno di questo circuito privilegiato Anagni rappresentò a sua volta un’area privilegiata vista anche la conformazione geografica con l’ampia valle del Sacco ed il fiume omonimo, territorio strategicamente favorevole agli insediamenti industriali.

Questa fu una vera e propria piccola “rivoluzione industriale” capace di generare gli stessi effetti di quella da tutti conosciuta e studiata sui manuali; infatti se da un punto di vista squisitamente economico-produttivo il territorio conobbe una rapida crescita dopo anni di stagnazione dovuta alla crisi del settore agricolo, dal punto di vista antropologico causò una vera e propria “mutazione”, tant’è vero che una popolazione fino a quel momento contadina divenne operaia e quindi inserita nel tessuto delle grandi trasformazioni storiche e sociali del Paese da una angolazione differente.

Braccianti, pastori e piccoli proprietari terrieri trasformati - con la spinta fondamentale della politica nazionale e delle sue propaggini locali – in operai; il modus vivendi che teneva insieme costumi agresti e tradizioni locali fu sostituito dallo stile di vita profondamente “urbanizzato” della classe operaia nella seconda metà del ‘900.

La trasformazione in chiave industrialista del territorio non ha solo cambiato usi e costumi della popolazione ma anche ridisegnato la mappa urbana di Anagni con la nascita di nuovi quartieri residenziali e commerciali a ridosso dei grandi stabilimenti, mentre endemico è rimasto l’isolamento di quelle periferie solo marginalmente lambite dalle fabbriche.

Il binomio soldi facili e scarsa propensione della cultura politica del periodo a considerare i centri storici come una risorsa da preservare, hanno fatto sì che il turismo non fosse visto come un settore da sfruttare per la crescita economica di una città già avviata sulla strada del decollo.

La poca attenzione riservata alla preservazione del patrimonio storico-artistico-culturale anagnino nel periodo che va dagli anni ’60 agli anni ’80 è testimoniato oggi dalle numerose costruzioni a ridosso o addirittura arroccate sulle mura ciclopiche come caso eclatante, basta però passeggiare per il centro storico con occhio attento per rendersi conto di quanti e quali danni abbia causato questo “primato dell’industria” anche in chiave di politica dei beni culturali ad Anagni.

L’idea che l’economia a trazione industriale potesse essere eterna ha condizionato in chiave politica e metapolitica non solo i cittadini comuni ma anche la classe dirigente del territorio che è stata incapace certamente, ma soprattutto disinteressata a lavorare sulla costruzione, diffusione e valorizzazione del marchio “Anagni” mentre in altre regioni come l’Umbria o la Toscana già si stava pensando a questo.

Bisogna tra l’altro mettere in evidenza come l’investimento di stampo parassitario proprio di un certo tipo di capitalismo italiano agganciato alla Casmez abbia causato una crisi inaspettata e repentina del comparto industriale anagnino e ciociaro.

I capitani d’industria hanno avuto infatti interesse ad investire poiché era lo Stato a garantire – tramite la sua longa manus economica – la tenuta del sistema per poi dismettere gli impianti ciociari, spostare altrove la produzione e – cosa decisamente più grave – lasciare a casa gli operai non appena le condizioni hanno smesso di essere vantaggiose.

La fine dello “Stato imprenditore” ha fatto calare il sipario sul settore secondario della Ciociaria ed il tour d’archeologia industriale che si può fare percorrendo l’autostrada nel breve tratto da Anagni a Frosinone ne è la prova visiva.

Il profitto parassitario ed il depauperamento del territorio sono le tipiche caratteristiche del “neo-colonialismo economico interno” di cui oggi vediamo i risultati più nefandi come l’inquinamento della Valle del Sacco, la conseguente istituzione del SIN, la perdita d’importanza della zona nord della Ciociaria che vede in Anagni il suo baricentro con annesso taglio dei servizi essenziali (basta dire “sanità” per evocare un incubo) e, su un altro piano, la difficoltà di fare di Anagni un polo d’attrazione turistica.

Occorre far proprio l’adagio dell’urbanista Antonio Cederna che in “Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico” datato 1961 scriveva: «I centri storici sono un elemento insostituibile della nostra cultura, per il loro valore storico e di ambiente, per la loro struttura composita e stratificata: cosa per cui tutta la città antica è oggi un monumento da salvare». Chiaramente è dal centro storico che occorre ripartire, non vi sono dubbi in merito, per di più Anagni ha la fortuna di avere un patrimonio espressione d’ogni periodo storico, dalle mura preromane agli Arcazzi, dalla cattedrale medievale alle chiese barocche, dal centro storico settecentesco al novecentesco Parco della Rimembranza. Anche se l’identità anagnina è rigidamente schiacciata sugli eventi storici del medioevo – lo schiaffo a Bonifacio VIII su tutti – vi è una galassia di possibilità per viverla e raccontarla questa storia in una città che è più antica di Roma e che ha rappresentato, anche nei secoli successivi un fulcro per la vita politica e culturale della antica Campagna e del Lazio.

Vero è però che la sola “salvaguardia monumentale” della città non basta e che siano fondamentali strutture ricettive, dunque uno sviluppo del settore terziario.

Proprio su questo tema si è espresso su “L’Intellettuale Dissidente” Fabio Balocco che ha raccontato la decadenza e l’omologazione di importanti centri italiani come Genova e Torino. A fronte di tale articolo è necessario avviare una riflessione e forse aprire un dibattito costruttivo che riguardi anche i piccoli centri, in questo caso Anagni: con la crisi delle industrie e la conseguente crisi economico-produttiva-sociale che ha colpito Anagni, la nostra città è stata incapace di reinventarsi, salvo vedere attuato - da vent'anni a questa parte - lo stesso processo di gentrificazione di centri come Torino o Genova ed il conseguente svuotamento del centro storico. La trasformazione di interi quartieri e lo spostamento delle dinamiche produttive nel settore terziario non hanno contribuito al rilancio turistico-culturale anagnino. Se l'offerta del terziario anagnino si limita ad una ipertrofica presenza di attività di ristorazione senza avere alle spalle una "mentalità" turistica allora la crisi del settore è palese.

Fatti salvi gli sforzi delle amministrazioni succedutesi nel corso degli anni e di virtuosi esempi privati, il settore turistico-culturale ad Anagni non vanta attori capaci di incidere sulla scena. Se le industrie hanno chiuso ma la mentalità dominante - azzardiamo la "cultura di riferimento" - resta quella di un centro industriale allora sarà difficile porre rimedio a questo sviluppo unilaterale e sbilanciato di un "terziario zoppo" tipico delle fasi di transizione che, ci si augura, non dovrebbe essere eterna.

Allora ad un processo che pare ormai avere i contorni del cambiamento strutturale - in negativo - come si risponde? Quali alternative possono essere formulate e date dal mondo associativo, dagli operatori culturali e soprattutto dalla politica? Come si può dar vita ad una cultura, ad una mentalità turistica da contrapporre alla vecchia concezione industrial-produttivistica? L'omologazione può essere fermata? Il dibattito è aperto.


articolo a cura di Filippo Del Monte



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