A partire dal 23 febbraio, molte aziende sono state costrette, volontariamente o per decreto, a sospendere la propria attività imprenditoriale. Su questo tema è intervenuto di recente il Governo con il decreto Cura-Italia adottando misure di contenimento della crisi. Decreto che sarà seguito in aprile da una ulteriore manovra primaverile.
Il decreto sembra dare una prima concreta risposta volta ad arginare i danni economici dell’epidemia mettendo a disposizione delle imprese fondi e strumenti concreti sia per garantire le retribuzione ai
lavoratori costretti presso la propria abitazione e sia per garantire alle aziende la sostenibilità economica di tale stop.
Al momento possiamo focalizzare la nostra attenzione sugli interventi effettuati in materia di ammortizzatori sociali per tamponare gli effetti negativi determinati dai provvedimenti che hanno imposto la chiusura forzata della maggior parte degli esercizi commerciali. In questo campo, infatti, si ascoltano le prime domande di tutela da parte della miriade di piccoli imprenditori presenti nel territorio. Su questo argomento, tuttavia, va consigliata una moderata cautela. Se è vero che il decreto ha esteso il campo di applicazione delle provvidenze in oggetto ad una ampia platea di datori di lavoro ed ha semplificato al contempo le procedure di richiesta, è altrettanto vero che la domanda di accesso agli ammortizzatori sociali non può prescinde da importanti formalismi trattandosi di una procedura estremamente tecnica e formale. E’ bene dunque concentrare la giusta attenzione sugli strumenti messi a disposizione dallo Stato anche al fine di non indurre nessuno ad ottimistiche aspettative.
Il primo intervento di rilievo attiene all’estensione degli strumenti in oggetto ad una ampia platea di datori di lavoro che normalmente non rientrano nel loro campo di applicazione. Ci si riferisce a piccoli esercizi della ristorazione, artigiani ed in generale a tutte le micro imprese con meno di cinque dipendenti che erano in precedenza esclusi da tali benefici. Le aziende di più grandi dimensioni, già rientranti nel campo di applicazione degli ammortizzatori sociali ordinari, beneficeranno comunque della semplificazione prevista per la procedura la quale potrà coinvolgere le principali sigle sindacali (CGIL, CISL e UIL) anche per il tramite di mezzi telematici e con tempi ridotti a soli tre giorni. Ciò in perfetta coerenza con i generali provvedimenti di restrizione della libertà di circolazione che precluderebbero l’esperimento delle normali procedure di consultazione sindacale.
Ma è necessario prestare attenzione. Il decreto non ha derogato a tutte le previgenti norme in materia di ammortizzatori sociali imponendo, quindi, di osservare tutte le normali cautele consigliate in questo ambito. In altri termini, non è una procedura che si risolve nella mera compilazione di una modulistica prestampata. Sarà necessario effettuare per ogni singola azienda una attenta valutazione sul tipo di domanda da formulare – Cassa Integrazione Ordinaria, Assegno Ordinario di Solidarietà o Cassa in deroga – e sullo stato del residuo ferie e permessi retribuiti dei dipendenti il cui cumulo potrebbe portare al rifiuto della domanda da parte dell’Inps. In alcuni casi, poi, sarà necessario seguire una specifica procedura in ambito regionale che autorizzi, in accordo con le sigle sindacali, l’accesso alla cassa integrazione. Al momento si è in attesa della pubblicazione da parte dall’INPS delle circolari che chiariranno le procedure operative necessarie per l’invio della domanda. Adottate le giuste cautele formali, gli ammortizzatori andranno a copertura delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, ivi compresi gli apprendisti, alla data del 23/02/2020. Sono quindi esclusi dal campo di applicazione delle citate previsioni tutti quei soggetti che, specialmente in ambito familiare, prestano la propria attività nell’impresa di famiglia senza tuttavia essere muniti di un contratto di lavoro subordinato.
E’ previsto ovviamente un massimale che per la maggior parte dei lavoratori sarà pari ad Euro 939,89. E’ importante sottolineare che insieme a questi provvedimenti il Governo ha anche imposto una contropartita vietando espressamente le procedere di licenziamento per motivi economici per un termine di 60 giorni. Ciò al fine di arginare il rischio di un collasso occupazionale. Gli strumenti adottati saranno forse sufficienti a contenere la crisi nel breve periodo ma non esimono da alcune importanti riflessioni che dovrebbero indurci a ripensare l’identità economica del territorio. Non sono le riflessioni di breve periodo che possono portare a farci spaventare di questa crisi. Gli
imprenditori potranno giovarsi di una delle fondamentali regole dell’economia secondo cui tanto più grave e repentina si presenta la crisi quanto più veloce e rapida è la ripresa. Cessati gli effetti dei provvedimenti di urgenza volti a contenere il contagio le nostre vite potranno riprendere più o meno gli stessi andamenti precedenti al contagio. Gli interventi di urgenza varati dal Governo, anzi, potranno forse addirittura dare l’illusione di un inaspettato progresso economico.
Ciò che deve far riflettere, invece, è quanto ci può aspettare sul lungo periodo. Cessati gli effetti benefici degli interventi governativi, infatti, si metteranno ancora una volta in evidenza le debolezze strutturali del tessuto economico ciociaro. Territorio che da anni, ormai, assiste al progressivo disimpegno da parte di importanti gruppi industriali.
Il Covid19 sembra dunque essere funesto due volte sul nostro territorio colpendo e mettendo a rischio le persone fisicamente più deboli e un sistema economico territoriale debole.

articolo a cura del rag. Ezio Magnanimi e dell’avv. Alberto Santigli (avvocato membro di AGI Avvocati Giuslavoristi Italiani ed EELA European Employment Lawyers Association)